Di Domizia Di Crocco – Per il Corriere Nazionale
Nel silenzio quasi totale, il Senato ha approvato una riforma che potrebbe cambiare in profondità la giustizia italiana.
Si tratta della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri (PM): due figure fondamentali nel sistema giudiziario.
Con sette parole aggiunte all’articolo 102 della Costituzione – “Le distinte carriere di magistrati giudicanti e requirenti” –
il governo guidato dal centrodestra ha dato il via a un cambiamento molto discusso, che le opposizioni hanno cercato senza successo di bloccare.
Ma cosa significa, in parole semplici?
Fino a oggi, giudici e pubblici ministeri seguivano lo stesso percorso professionale: entravano in magistratura con lo stesso concorso,
potevano passare da un ruolo all’altro nel corso della carriera e venivano valutati e gestiti dallo stesso organo di controllo,
il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).
Con questa riforma, invece, giudici e PM seguiranno strade separate: due concorsi diversi, due carriere distinte, e probabilmente due Consigli Superiori separati. Insomma, due mondi che non comunicheranno più come prima.
Perché è una riforma così importante?
Chi è favorevole dice che questo serve a garantire che il giudice sia davvero imparziale, perché oggi si trova spesso a giudicare casi preparati da colleghi che fanno parte dello stesso corpo.
Chi è contrario, invece, teme che questa riforma indebolisca l’indipendenza della magistratura, cioè la capacità dei magistrati – soprattutto i pubblici ministeri – di fare il loro lavoro senza pressioni da parte della politica.
Il vero rischio, dicono i critici, è che i PM diventino più facilmente influenzabili dal potere politico, perdendo quella libertà che ha permesso in passato di indagare su corruzione, criminalità e scandali anche molto in alto.
Cosa succede adesso?
Il testo approvato in Senato dovrà ora essere votato anche alla Camera. Poi, come previsto dalla Costituzione, ci sarà un secondo voto a distanza di almeno tre mesi. Se non verranno raggiunti i due terzi dei voti in Parlamento, la riforma potrà essere sottoposta a referendum popolare.
In quel caso, saranno i cittadini a decidere se approvare o bloccare questa importante modifica alla Costituzione.
Un cambiamento storico
Separare giudici e pubblici ministeri non è una semplice riforma tecnica: significa cambiare il modo in cui funziona la giustizia in Italia.
Significa ridefinire i rapporti tra poteri dello Stato, e forse anche ridurre il peso e l’autonomia dei magistrati che indagano sui reati.
Le opposizioni parlano di un attacco all’indipendenza della giustizia. Il governo difende la scelta come un passo verso un sistema più equo.
Una cosa però è certa: in un Paese dove la giustizia è spesso lenta e complicata, cambiare le regole del gioco senza un ampio confronto rischia di creare più problemi di quanti ne risolva.
E ora la palla potrebbe passare ai cittadini.
*Questo articolo fa parte di un approfondimento speciale sulla riforma della giustizia italiana, pubblicato dal Corriere Nazionale.*
