Dario Patruno

“Cosa distingue un brand che resta impresso da uno che passa inosservato?”

Questo l’interrogativo che nella quarta di copertina Massimo Danza pone al centro di questo Manuale per un brand autentico.

La sua fatica letteraria intitolata “Strategia, Voce e Anima.” edito da Edizioni radici Future con la prefazione di Giancarlo Lopopolo appartiene al genere della manualistica dei social ed incuriosisce il lettore perché scorre in maniera semplice e fuori dal coro della manualistica didascalica perché nasce da esperienze sul campo. Può essere sintetizzata nel sottotitolo

“Tutto quello che ti serve per costruire un’identità forte e usare i contenuti per dare senso, forma e direzione al tuo business. Secondo me.”

Per meglio spiegare ai lettori perché è opportuno non solo leggerlo ma consultarlo come si addice a un manuale, abbiamo posto alcune domande all’autore.

Se dovessi spiegare al pubblico dei non addetti ai lavori cos’è un brand, cosa diresti?

Un brand è ciò che le persone sentono, pensano e raccontano di te quando entrano in contatto con quello che fai.

Non è il logo.
Non è il nome.
E nemmeno la pubblicità.

Il brand è la somma delle esperienze, delle promesse mantenute o tradite, delle emozioni che susciti e della fiducia che riesci a costruire nel tempo.
È il motivo per cui qualcuno ti sceglie, ti ricorda o ti consiglia, anche quando esistono alternative simili alla tua.

Un prodotto soddisfa un bisogno funzionale.
Un brand soddisfa un bisogno emotivo e relazionale: mi fido, mi riconosco, mi sento a casa.

In altre parole, il brand è un ponte tra ciò che sei e ciò che gli altri percepiscono di te.
È vivo, cambia, cresce, si rafforza o si indebolisce a ogni interazione.

E soprattutto:
un brand non è quello che dici di essere, ma quello che dimostri di essere, ogni giorno, con coerenza, autenticità e attenzione alle persone.

 

Da quanti anni ti occupi di Brand e come mai hai maturato questa scelta?

 

Mi occupo di brand da quasi trent’anni.
Una scelta che non è nata a tavolino, ma per evoluzione naturale.

Ho iniziato occupandomi di comunicazione in un’epoca precedente ai social e alle scorciatoie digitali. Questo mi ha costretto – nel senso migliore del termine – a comprendere l’intera catena del valore della comunicazione: dalla strategia alle tecniche, dagli strumenti al loro perché. Prima di “fare”, ho dovuto imparare a pensare.

Con il tempo mi sono reso conto che campagne, contenuti e marketing funzionano davvero solo quando poggiano su un’identità chiara. Quando manca il brand, tutto il resto diventa rumore: azioni scollegate, risultati effimeri, promesse che non reggono.

Ho maturato questa scelta osservando errori – anche miei – successi, cambiamenti tecnologici e culturali. E soprattutto ascoltando le persone: clienti, team, pubblici diversi. Ho capito che il vero valore non sta nel vendere di più nel breve periodo, ma nel costruire fiducia, coerenza e relazione nel tempo.

Occuparmi di brand, oggi, significa per me aiutare aziende e professionisti a dare senso, direzione e voce a ciò che fanno.
Non per apparire migliori, ma per essere più autentici.

Quando hai effettuato questa scelta di vita, agli albori del brand, avevi paura di effettuare un salto nel buio?

Sì, la paura c’era. E sarebbe strano dire il contrario.
Ogni scelta vera, soprattutto quando non segue una strada già tracciata, porta con sé una parte di salto nel buio.

Quando ho iniziato, il concetto di brand non era ancora così diffuso né compreso come oggi. Parlare di identità, valori, coerenza e visione sembrava, a molti, qualcosa di astratto, quasi superfluo rispetto all’urgenza di “vendere subito”. Nella nostra realtà locale, a Bari e più in generale in Puglia e nel Sud, questo problema era ancora più evidente: il branding veniva spesso percepito come un lusso o un esercizio teorico, non come una leva strategica concreta. Questo rendeva la scelta ancora più rischiosa, perché significava andare controcorrente.

Ma più che paura, ricordo una sensazione diversa: la consapevolezza che quella fosse la direzione giusta. Ho capito presto che senza un brand solido tutto il resto sarebbe stato fragile. Le mode cambiano, gli strumenti si evolvono, le piattaforme vanno e vengono, ma l’identità resta.

Il vero rischio, col senno di poi, non sarebbe stato provarci, ma rinunciare. Restare in superficie, inseguire soluzioni facili, adattarmi a un sistema che non sentivo mio. Ho preferito accettare l’incertezza e costruire nel tempo, passo dopo passo, con errori, aggiustamenti e molta disciplina.

Non è stato un salto nel vuoto.
È stato un salto con una direzione.
E quella direzione, ancora oggi, è la stessa: mettere strategia, voce e anima al centro di ogni progetto. 

Nel tuo lavoro quanto conta l’etica comportamentale?

Conta moltissimo.
Direi che l’etica comportamentale è una parte strutturale del mio lavoro, non un elemento accessorio.

Un brand, per come lo intendo io, non è solo ciò che comunica, ma come si comporta. Puoi avere una strategia brillante, una voce riconoscibile e contenuti ben fatti, ma se dietro non c’è coerenza tra ciò che dici e ciò che fai, quella costruzione prima o poi si incrina. E oggi, più che in passato, le persone se ne accorgono.

L’etica comportamentale entra in gioco in ogni scelta: nel rispetto delle persone, nella trasparenza dei messaggi, nel modo in cui si usano i dati, nella responsabilità di non promettere ciò che non si può mantenere. Fare branding significa assumersi una responsabilità culturale, perché ogni messaggio contribuisce a formare percezioni, aspettative e fiducia.

In quasi trent’anni di lavoro ho imparato che i risultati più solidi non arrivano dalle scorciatoie, ma dalla coerenza nel tempo. L’etica non rallenta il business, lo rende sostenibile. È ciò che permette a un brand di durare, di evolversi senza tradirsi e di costruire relazioni autentiche, non semplici transazioni.

Per questo, nel mio lavoro, l’etica non è un limite creativo.
È la bussola. 

Se dovessi dare un consiglio al nuovo governo regionale che sta per insediarsi, grazie alla tua trentennale esperienza, cosa consiglieresti?

Consiglierei una cosa, prima di tutte: pensare la Regione come un brand vivo, non come un ente che comunica solo per obbligo istituzionale.

Dopo trent’anni di lavoro nella comunicazione e nel branding, ho imparato che le istituzioni funzionano davvero quando sanno essere coerenti, riconoscibili e credibili, esattamente come i brand più solidi. Questo significa avere una visione chiara, valori dichiarati e soprattutto praticati, e un modo di comunicare che non cambi a ogni stagione politica.

Al nuovo governo regionale consiglierei di investire sull’identità profonda del territorio, non solo sulla sua promozione. La Puglia non è uno slogan né una cartolina: è un sistema complesso fatto di persone, competenze, fragilità e potenzialità enormi. Raccontarla bene significa prima ascoltarla, poi darle una voce unitaria, autentica e rispettosa.

Suggerirei anche di trattare la comunicazione come una responsabilità pubblica, non come propaganda. Trasparenza, chiarezza e accessibilità dei messaggi costruiscono fiducia molto più di qualsiasi campagna. E la fiducia, per un’istituzione, è il capitale più prezioso.

Infine, un consiglio forse controintuitivo: pensare a lungo termine. Le strategie che lasciano il segno non sono quelle che cercano consenso immediato, ma quelle che costruiscono continuità, cultura e senso di appartenenza. Un buon governo passa.
Un’identità forte resta.

Quanto la tua famiglia ti ha supportato e incoraggiato nelle scelte aziendali?

La mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale.
Non solo come supporto affettivo, ma come presenza silenziosa e costante nei momenti in cui le scelte erano più difficili.

Tra queste scelte c’è stata anche quella di condividere per molti anni la gestione di un’agenzia di pubblicità, una srl, e poi decidere, di comune accordo, di sciogliere la società. Una decisione complessa, nata da visioni del lavoro e prospettive profondamente diverse, che nel tempo sono emerse in modo sempre più evidente, soprattutto nel modo di intendere e gestire la relazione con il cliente.
Per me è sempre stato fondamentale avere la consapevolezza che il cliente non chiama per “fare comunicazione”, ma per risolvere problemi. E chi fa consulenza ha il dovere di esserci, di essere presente nei momenti complessi, di ascoltare e di saper proporre soluzioni, non alibi o scorciatoie.
Differenze non superficiali, ma strutturali, tra una visione orientata alla prestazione immediata e una basata su responsabilità, continuità e costruzione di valore nel tempo, che hanno reso inevitabile prendere strade diverse. In quel momento ho scelto di ripartire da me stesso, dalla mia storia, dalla mia esperienza e dalla mia reputazione personale. Ho messo il mio volto davanti al lavoro, assumendomi fino in fondo la responsabilità di ciò che facevo e di come lo facevo. In un certo senso, sono diventato io il mio brand.

In un percorso imprenditoriale non esistono solo successi visibili, ma anche rinunce, incertezze, notti passate a chiedersi se la direzione sia quella giusta. Sapere di avere accanto persone che credono in te prima ancora dei risultati fa una differenza enorme.

Il supporto della mia famiglia non è mai stato fatto di parole roboanti, ma di rispetto per le mie scelte e di fiducia nel mio modo di intendere il lavoro. Ed è anche grazie a questo equilibrio che ho potuto portare nel mio lavoro quei valori di coerenza, responsabilità e umanità che oggi considero parte integrante del mio modo di fare brand.

La sfida dell’IA nel content marketing

Alla fine ci siamo salutati cordialmente e ho provato ammirazione per la scelta aziendale compiuta. Vorrei che questo manuale possa essere letto soprattutto dai giovani affascinati dall’Intelligenza Artificiale, cui l’Autore dedica un intero capitolo all’interazione con il branding.  E’ “un catalizzatore di trasformazione per l’intero mondo del branding, La sua capacità di analizzare grandi quantità di dati, automatizzare processi complessi e fornire insight in tempo reale ha rivoluzionato il modo in cui i brand operano, prendono decisioni strategiche e si connettono con il loro pubblico.”

Facciamo tesoro di questo cambiamento epocale, affidandoci alle persone giuste.

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