“Jesce Sole”: Storia e Segreti della Prima Canzone Napoletana di Sempre
Le radici della musica partenopea affondano in un passato millenario, ma se dobbiamo rintracciare l’atto di nascita ufficiale del repertorio classico napoletano, il nome è uno solo: “Jesce Sole”. Risalente al 1200, questa antica filastrocca non è solo un brano musicale, ma il primo frammento d’arte in vernacolo che ha dato il via alla leggenda della canzone napoletana nel mondo.
Le origini alla corte di Federico II
La storia di “Jesce Sole” ci riporta all’epoca di Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”, che fece del Sud Italia un centro di irradiazione culturale senza precedenti. Fu in questo clima di fermento artistico che, dalle balze del Vomero, iniziò a levarsi questo canto semplice e potente.
Originariamente eseguita con il suono di calascioni, tamburelli e arpe, la canzone nasce come un’invocazione solare. Gli studiosi vi leggono una chiara reminiscenza deistica: un’arcaica funzione religioso-rituale decaduta, trasformata in un inno all’astro che dona la vita.
Il salvataggio di Gian Battista Basile
Se oggi possiamo ancora leggere e cantare questi versi, lo dobbiamo a Gian Battista Basile (1575-1632). L’autore, pilastro della letteratura barocca, ne citò i primi due versi nella lettera “All’uneco sciammeggiante”, per poi trascriverne il testo integrale nella quarta giornata del suo capolavoro, il “Cunto de li cunti”.
Senza questa testimonianza scritta, probabilmente avremmo perso la “madre” di tutte le canzoni napoletane, sopravvissuta per secoli solo grazie alla voce dei piccoli scugnizzi che la utilizzavano come colonna sonora dei loro giochi di strada.
L’evoluzione del testo: tra lumache e varianti d’autore
Nel corso dei secoli, “Jesce Sole” ha subito profonde trasformazioni. Studiosi e musicisti del calibro di Guglielmo Cottrau, Gaetano Spagnuolo e Ferdinando Galiani ne hanno rielaborato i versi, adattandoli alla sensibilità delle varie epoche.
Curiosità: Secondo l’ipotesi di Luigi Serio, la filastrocca era anticamente legata a un gioco infantile: i bambini la cantavano alla vista di una “maruzza” (lumaca), recitando il celebre “jesce jesce corna ca mammeta te scorna”.
Le interpretazioni moderne da non perdere
Nonostante le sue radici medievali, “Jesce Sole” ha mantenuto intatta la sua forza emotiva, arrivando fino ai giorni nostri con versioni memorabili che ne hanno preservato l’anima arcaica:
- Antonella D’Agostino (1976): Un’interpretazione magistrale contenuta nell’album dell’opera teatrale “La Gatta Cenerentola”.
- Antonio Sorrentino (1989): Una versione intensa contenuta nell’album omonimo, che restituisce dignità e modernità alla nenia.
“Jesce Sole” resta, in definitiva, la testimonianza cronologica più antica della lingua napoletana in musica: un frammento di storia che continua a splendere dopo oltre ottocento anni.

