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Pensioni, il centrodestra si rimangia tutte le promesse fatte in campagna elettorale!

di Gregorio SCRIBANO

Sulle pensioni Giorgia Meloni è riuscita in un’impresa camaleontica: dire tutto e il contrario di tutto, prima all’opposizione e poi al governo. E, soprattutto, scaricare il prezzo di questa giravolta su lavoratori, pensionati e giovani. Un capolavoro di incoerenza che oggi si traduce in un attacco trasversale a tutte le generazioni.

Qualche anno fa la leader di Fratelli d’Italia prometteva pensioni a 60 anni con 41 di contributi, assicurava che l’uscita dal lavoro non dovesse essere legata all’aspettativa di vita, parlava di dignità e di giustizia sociale. Oggi, alla prova dei fatti, il suo governo fa esattamente l’opposto: allunga l’età pensionabile, irrigidisce le finestre di uscita, riafferma il legame automatico con la speranza di vita e offre aumenti simbolici alle pensioni minime, incapaci perfino di compensare l’inflazione.

La distanza tra le parole e i fatti è diventata un abisso. E non basta. Perché ora il governo ha deciso di fare cassa anche sui più giovani, colpendo il riscatto degli anni di laurea. Secondo quanto emerge dall’emendamento, chi ha già pagato rischia di non vedersi riconosciuti tutti gli anni di studio e, beffa delle beffe, senza alcun rimborso. Una misura che assomiglia più a una rapina di Stato che a una riforma previdenziale. Altro che investire sul futuro: qui si penalizzano gli studenti di ieri e i pensionati di domani.

Il paradosso si allarga se si guarda agli alleati. La Lega ha costruito per anni il proprio consenso sulla promessa di “abolire la legge Fornero”. Oggi, invece, ne inasprisce gli effetti, alzando sempre più l’asticella dell’età pensionabile, fino a renderla una meta quasi irraggiungibile, con il risultato di assegni magri e di una prospettiva sempre più concreta: lavorare fino a 70 anni per una pensione da quattro soldi. Un attacco senza precedenti ai diritti fondamentali di lavoratori e pensionati. Una vergogna.

In un sistema basato sui contributi versati, le misure introdotte dal governo su età pensionabile, finestre di uscita e riscatti producono solo conseguenze dannose e nuove ingiustizie. Non risolvono nulla, non affrontano i nodi strutturali della previdenza italiana. Servono solo a fare cassa nel breve periodo, scaricando i costi sociali sul lungo periodo.

I veri problemi sono noti da anni. Il primo è la mancanza di flessibilità nell’età di uscita dal lavoro. Nel sistema contributivo l’età pensionabile rigida non dovrebbe esistere, o dovrebbe essere sostituita da una fascia ampia che lasci libertà di scelta ai lavoratori, come avviene in Svezia e come era stato previsto in Italia con la riforma Dini. All’origine, quel sistema non distingueva tra pensioni di anzianità, anticipate o di vecchiaia: si poteva andare in pensione tra i 57 e i 65 anni, quando l’assegno maturato raggiungeva una soglia minima, pari a 1,2 volte l’assegno sociale. Un impianto semplice, equo, moderno.

Il secondo problema, ancora più grave, riguarda i salari. In un sistema in cui la pensione dipende da quanto si versa, stipendi bassi e carriere discontinue producono inevitabilmente pensioni povere. È un’equazione elementare che il governo continua a ignorare. Senza una protezione reale per chi ha redditi medio-bassi, il sistema contributivo diventa una macchina che genera disuguaglianze e povertà.

Gran parte degli esperti di previdenza concorda su due priorità: recuperare flessibilità nell’età di uscita, eliminando vincoli rigidi e iniqui, e proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati più deboli. La strada imboccata dal governo va nella direzione opposta: lavorare sempre di più, guadagnare sempre meno, e andare in pensione sempre più tardi.

Così Meloni è riuscita davvero a “prendere in giro” tutti: i pensionati, i lavoratori, i giovani, e i suoi stessi elettori. Un risultato epico, certo. Ma pagato a caro prezzo dal Paese.

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