La notte delle pensioni fantasma
La Lega ritira all’improvviso la stretta sulle pensioni dalla manovra economica, tra scontri interni e promesse rinviate. Il futuro previdenziale italiano resta incerto.
Di Domizia Di Crocco
Roma- Alla fine l’altolà della Lega è arrivato, come spesso succede, nel cuore della notte. Ed è stato efficace: la stretta sulle pensioni è semplicemente sparita dalla manovra. Non corretta, non ammorbidita, non rinviata con eleganza. Sparita. Cancellata come una frase sbagliata su WhatsApp, con la differenza che qui parliamo di milioni di persone e di una legge di Bilancio.
Nel nuovo emendamento depositato dal governo restano l’iperammortamento e la rimodulazione del Pnrr. Delle pensioni, invece, nessuna traccia. E questo nonostante Giorgia Meloni avesse assicurato che le norme sarebbero state “modificate”, non eliminate. Evidentemente, nella maggioranza, qualcuno ha deciso che modificarle era più complicato che far finta non fossero mai esistite.
Parole di Ciriani
Il ministro Ciriani lo ha spiegato con linguaggio istituzionale, che tradotto significa: abbiamo fatto marcia indietro. Le norme su prepensionamenti e previdenza vengono stralciate e, forse, finiranno in un decreto la settimana prossima. Forse. Sempre che nel frattempo si trovino le coperture, che è il modo elegante per dire che al momento non ci sono.
Lo scontro, raccontano, è stato interno al governo. Ma soprattutto interno alla Lega. Da una parte Giorgetti, nel solito ruolo del ministro dell’Economia che prova a tenere insieme i conti e la realtà. Dall’altra il partito, che sulle pensioni non è disposto a cedere di un millimetro, perché lì si gioca un pezzo della propria identità politica. E quando l’identità entra in conflitto con i numeri, di solito vincono i simboli.
Le indagini di Borghese
Claudio Borghi ha già trovato il colpevole: “qualche tecnico del ministero dell’Economia”. È una figura ormai ricorrente nella narrativa politica: il tecnico invisibile che compare ogni volta che una promessa si scontra con il bilancio dello Stato. Ieri, prima dello stralcio, dalla Lega era arrivata anche la minaccia più classica: quell’articolo non lo votiamo.
Risultato: articolo ritirato, problema rimandato, governo salvo per una notte.
La tribuna oppositiva
Le opposizioni, ovviamente, affondano. Il Pd parla di caos totale, Italia Viva di implosione della maggioranza. E Giorgetti finisce nel mirino, con richieste di dimissioni che suonano più come una sentenza politica che come una reale aspettativa. “Non c’è più il Giorgetti”, dicono. In realtà c’è eccome, ma sembra sempre più solo, schiacciato tra la calcolatrice e la linea del partito.
Quello che resta è l’immagine di una manovra scritta a elastico: si tira, si molla, si strappa e poi si ricuce alla meglio. Le pensioni, ancora una volta, diventano il terreno di scontro simbolico, la miccia che fa saltare gli equilibri interni. E il futuro previdenziale del Paese viene trattato come una pratica da spostare da una scrivania all’altra.
La politica italiana continua così: grandi annunci di giorno, passi indietro di notte e decreti promessi per la settimana prossima. Intanto, le pensioni aspettano. Come sempre.
