Ie infezioni virali sono giustamente ritenute una minaccia per la longevità ma anche un fegato grasso va indagato e curato
IA PH
Il fegato grasso é una malattia silente, che non dà sintomi e viene in genere scoperta casualmente nel corso di accertamenti diagnostici prescritti per altre ragioni, come l’ecografia addominale. E anche quando lancia segnali, si tratta di disturbi modesti e aspecifici come tensione addominale, alito pesante, digestione lenta, difficoltà a smaltire le tossine (pelle spenta, ritenzione idrica, cellulite), grasso accumulato intorno al girovita nonché stanchezza cronica.
L’ecografia addome completo è necessaria per testare la salute del fegato. Può mostrare un fegato più o meno ingrossato di dimensioni e iperriflettente perché l’infiltrazione di grasso, che è leggermente traslucido, lo rende più brillante del normale. Il referto ecografico indica anche il grado di steatosi epatica.
La steatosi epatica, una patologia molto diffusa nella società occidentale (colpisce il 30% della popolazione secondo l’AISF, Associazione Italiana per lo Studio del Fegato), comunemente definita “fegato grasso” perché il tessuto epatico appare infarcito di lipidi: negli epatociti, le sue cellule, si riscontra infatti un eccessivo accumulo di trigliceridi, pronti a minacciarne la funzionalità.
Dopo il successo di una serie di antivirali che curano le epatiti B e C, altra buona notizia per la cura del fegato: la Commissione Europea (CE) ha concesso l’autorizzazione all’immissione in commercio per resmetirom per il trattamento di adulti affetti da una grave infiammazione del fegato grasso denominata MASH.
Ulteriori passi in avanti della ricerca farmacologica dopo inutili estratti epatici, mutuabili nel secolo scorso, con il primo farmaco approvato negli Stati Uniti e nell’Unione Europea.
Il professor Luca Valenti docente di Medicina Interna all’Università di Milano (Ospedale Policlinico) e uno dei maggiori esperti di steatosi epatica a livello internazionale, ha recentemente dichiarato:
Resmetirom ed è tecnicamente un agonista del recettore beta degli ormoni tiroidei. In pratica, mimando gli effetti degli ormoni secreti dalla tiroide, a livello del fegato si dà una spinta al metabolismo lipidico e, di riflesso, si riduce l’accumulo di trigliceridi negli epatociti. La sua efficacia è stata testata su centinaia di pazienti e i risultati, pubblicati nel 2024 sul New England Journal of Medicine, dimostrano che l’assunzione di 80 o 100 mg al giorno (in base al peso) è in grado di migliorare l’infiammazione e la fibrosi epatica, evitando che evolva in cirrosi.
Umberto Palazzo
Editorialista de IlCorriereNazionale.net
