La Prima alla Scala 2025: quando l’opera scuote Milano più del gelo di Sant’Ambrogio

Il 7 dicembre 2025 resterà negli annali della Scala di Milano non solo come un’altra “Prima” di stagione, ma come una serata di rottura e di riflessione. Nel giorno in cui la città celebra Sant’Ambrogio e si riempie di luci e di attese, il Teatro alla Scala ha scelto di inaugurare la sua stagione lirica con Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Šostakovič — un titolo che, per intensità drammatica e carica storica, va ben oltre la tradizione della grande apertura da cartolina. 

La decisione di puntare su Šostakovič, cinquant’anni dopo la sua morte, è già di per sé un atto di coraggio. Quest’opera, oggi riconosciuta come pietra miliare del Novecento, porta con sé una storia di censura feroce e di lotta artistica contro l’oppressione — censurata nel 1930 dal regime sovietico per la sua rappresentazione esplicita della passione e della ribellione. Restituirla alla scena milanese nella sua tensione originaria racconta al pubblico qualcosa di più profondo di una semplice serata di gala. 

Sul podio, Riccardo Chailly, in quella che è probabilmente la sua ultima inaugurazione scaligera, ha trascinato Orchestra e Coro in un viaggio sonoro di rara potenza. La regia di Vasily Barkhatov ha spogliato la vicenda da ogni cliché: niente fiaba, niente velature. Una Lady Macbeth moderna, cruda, immersa in un’atmosfera che più che evocare la Russia zarista sa di città industriale e di claustrofobia emotiva. 

E poi c’è la protagonista, Sara Jakubiak, la cui interpretazione di Katerina Izmajlova ha dominato la scena con una visceralità che non si dimentica. In un ruolo che richiede al contempo fiato, abisso psicologico e controllo lirico, la Jakubiak ha mostrato di tenere salda la tensione fino all’ultimo istante. 

Ma la Prima non è stata solo musica e spettacolo. Come sempre accade, La Scala è diventata un palcoscenico anche fuori dal teatro. La “Prima Diffusa”, che porta la diretta in decine di luoghi pubblici e culturali della città, ha trasformato Milano in un teatro metropolitano, invitando chi non poteva permettersi un biglietto a vivere la serata come un evento collettivo, non solo d’élite. 

È stata una serata di applausi, di conversazioni accese nei foyer e nei bar, di riflessioni su cosa significhi davvero aprire una stagione lirica nel XXI secolo: non un rituale fine a sé stesso, ma un gesto che interroga la contemporaneità attraverso le note di un’opera che parla di desiderio, violenza, libertà e controllo. Una scelta audace, per un teatro che sa ancora sorprendere.

E forse è proprio questo il senso più autentico del 7 dicembre alla Scala: non accontentarsi di celebrare il bello, ma usare l’arte per guardare dentro noi stessi e nel mondo che ci circonda.

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