Oltre 100 produttori mondiali, export USA al 43%, Italia al 4,8%, ricavi globali in crescita del 5,9%: la guerra come modello economico permanente
Il commercio internazionale di armamenti ha raggiunto nel 2024 dimensioni tali da collocarlo stabilmente tra i settori industriali più rilevanti a livello globale. I cento principali produttori hanno registrato ricavi complessivi per 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto ai 632 miliardi dell’anno precedente (SIPRI 2024). Il dato, che non include servizi di manutenzione, supporto e addestramento, lascia intendere che il valore reale del comparto sia sensibilmente più alto.
Il primato statunitense
La distribuzione della produzione mostra una concentrazione geografica marcata. Gli Stati Uniti controllano circa il 43 per cento delle esportazioni globali nel periodo 2020-2024, una quota superiore alla somma degli otto Paesi che seguono in classifica. Lockheed Martin da sola supera i 65 miliardi di dollari di ricavi dalla vendita di sistemi d’arma, seguita da RTX, Northrop Grumman e General Dynamics.
Dietro Washington si collocano Francia, Russia, Cina e Germania. Il sorpasso di Parigi su Mosca rappresenta una discontinuità rilevante, legata al crollo dell’export russo dopo l’invasione dell’Ucraina e alla riconversione forzata della produzione verso il fabbisogno interno.
Il ruolo dell’Italia
L’Italia si posiziona stabilmente con il 4,8 per cento della quota di export globale, davanti a Regno Unito e Israele. Un dato poco presente nel dibattito pubblico nazionale, ma costante nei rapporti internazionali. Leonardo, con un fatturato di circa 13,8 miliardi di dollari nel 2024 e una crescita superiore al 10 per cento, è il secondo produttore europeo dopo BAE Systems. Insieme a Fincantieri, le due principali aziende italiane hanno totalizzato circa 16,8 miliardi di dollari di ricavi da armi e servizi militari.
Licenze, aziende e controlli normativi
Secondo i dati preliminari sulle autorizzazioni di esportazione del 2024, il valore delle licenze italiane ha superato i 7,6 miliardi di euro. Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall Italia e MBDA Italia concentrano oltre il 63 per cento del totale autorizzato. L’export riguarda soprattutto aeromobili militari, elicotteri, sistemi navali, elettronica per la difesa, radar e armamenti leggeri.
La cornice normativa è affidata alla legge 185 del 1990, che vieta l’esportazione verso Paesi in conflitto armato o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Le relazioni annuali al Parlamento mostrano però come l’applicazione della norma sia mediata da valutazioni politiche e strategiche, mentre il controllo sull’uso finale resta limitato, soprattutto per componentistica e sistemi dual-use.
Flussi globali di armi 2020-2024: Stati Uniti leader mondiale, con Europa e Asia tra principali esportatori (ph. Reddit)
Il nuovo epicentro delle importazioni: l’Ucraina
Sul fronte delle importazioni si registrano cambiamenti profondi. Nel quinquennio 2020-2024 l’Ucraina è diventata il primo importatore mondiale di armi, con una quota vicina al 9 per cento del totale globale e un incremento di quasi cento volte rispetto al periodo precedente alla guerra. Le forniture provengono in larga parte da Stati Uniti e Paesi europei, prevalentemente sotto forma di assistenza militare.
Sistemi come i lanciatori HIMARS, le batterie Patriot e l’artiglieria avanzata non rappresentano forniture isolate, ma presuppongono catene logistiche, addestramento e rifornimenti continui, trasformando il conflitto in un fronte ad alta intensità tecnologica in cui la capacità di sostenere il flusso di armi incide direttamente sulla durata e sulla scala delle operazioni militari.
Il riarmo europeo e la dipendenza dalle forniture USA
Nel quinquennio 2020-2024, l’Europa ha aumentato le importazioni di armamenti del 155 per cento, una risposta diretta ai rischi percepiti dopo l’invasione russa. Oltre il 60 per cento delle importazioni europee proviene dagli Stati Uniti. Seguono grandi acquirenti storici come l’India, che con circa l’8,3 per cento delle importazioni globali ha progressivamente diversificato le fonti, riducendo la dipendenza da Mosca e includendo forniture francesi, americane e israeliane.
Medio Oriente: il caso Yemen
Il Medio Oriente rimane uno snodo centrale nel commercio globale di armi. Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti restano tra i principali destinatari di sistemi d’arma occidentali, nonostante il coinvolgimento diretto o indiretto in conflitti regionali.
La guerra in Yemen rappresenta un caso emblematico: tra il 2015 e il 2020, durante il pieno intervento saudita, diversi Paesi europei hanno autorizzato esportazioni di munizionamento aereo, componentistica e sistemi di supporto verso Riyadh e Abu Dhabi. Una parte significativa delle bombe e delle munizioni impiegate nei raid aerei proveniva da filiere industriali occidentali, e le autorizzazioni sono proseguite anche quando il conflitto era già classificato dalle Nazioni Unite come una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. La continuità delle forniture ha alimentato una guerra di logoramento durata anni.
Principali esportatori di armi 2020-2024: USA, Francia, Russia, Cina e Germania dominano il mercato globale (ph. Statista)
Africa: forniture e militarizzazione cronica
In Africa, dal Sahel al Corno d’Africa, le forniture occidentali sono spesso giustificate dal contrasto al terrorismo. Negli ultimi dieci anni Paesi come Mali, Niger e Burkina Faso hanno ricevuto armamenti e supporto militare occidentali che, in più di un caso, sono confluiti in apparati militari protagonisti di colpi di Stato o impiegati in operazioni interne contro popolazioni civili (SIPRI Arms Transfers Database, 2025).
Qui il commercio di armi non alimenta un conflitto internazionale dichiarato, ma contribuisce a una militarizzazione cronica di contesti già fragili, prolungando instabilità e violenza.
Il Caucaso e la guerra tecnologica
Una dinamica simile emerge nel Caucaso. La guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 ha riportato in primo piano l’uso di droni e sistemi avanzati, molti dei quali prodotti o assemblati attraverso filiere occidentali, incidendo in modo diretto sull’evoluzione del conflitto e sugli equilibri militari sul campo.
Un sistema regolato che prolunga i conflitti
Il quadro che emerge non è quello di un commercio illegale o occulto, ma di un sistema formalmente regolato che produce effetti politici e militari di lungo periodo. Le forniture occidentali non creano i conflitti, ma ne condizionano profondamente l’evoluzione, rendendoli più lunghi, più tecnologici e più difficili da disinnescare.
La crescita dell’industria bellica occidentale non è una risposta temporanea alle crisi, ma un modello economico stabile.
