Il brano di Salvatore Quagnano con musica di Dario Sebastiano Pagano, presentato al Festival “Voci Nostre” di Buie (Istria), dà voce a un bambino costretto in rifugio che sogna il ritorno al suo campo verde e al suo amico del cuore.

Non ha conquistato i premi ufficiali del Festival, ma ha lasciato il segno per la forza del testo e la sua delicatezza, una canzone sull’infanzia interrotta, scritta senza mai pronunciare la parola “guerra”.

Una canzone che non urla ma scuote

Ci sono canzoni che non urlano e, proprio per questo, fanno più rumore. Verde il mio campo appartiene a questa specie timida e ostinata. Parla della guerra senza mai nominarla, usando la sobrietà dei bambini quando il dolore è troppo grande per stare dentro una sola parola. Il testo è di Salvatore Quagnano, la musica di Dario Sebastiano Pagano.

Il Festival “Voci Nostre”

La canzone è stata presentata nell’ambito del Festival della canzone per l’infanzia “Voci Nostre”, che si svolge a Buie, in Istria (Croazia), uno degli appuntamenti più longevi dedicati alla canzone originale per bambini delle Comunità degli Italiani di Croazia e Slovenia. In gara erano dodici brani. Verde il mio campo non ha ottenuto i premi ufficiali, ma è stata segnalata e apprezzata per la forza del testo e la sensibilità del tema trattato, la guerra vista dall’altezza di un bambino, senza retorica e senza slogan.

“Voci Nostre”, un coro di bambini sul palco emoziona il pubblico

La voce narrante, un bambino nel rifugio

La voce narrante è quella di un bambino nascosto in cantina con il nonno. Fuori, il mondo trema; dentro, qualcuno prova a proteggerlo con un abbraccio e una ninna nanna: «Nonno canta e abbraccia me: dormi e non pensare». Il buio è reale e il desiderio è semplice: «Solo freddo e buio c’è, vorrei stare fuori». Nella memoria c’è il campetto di calcio, luogo felice di prima. Ora però: «Il mio campo adesso è sassi, vetri e fosse». E soprattutto manca lui: «Non ci sei tu, l’amico mio, il supercampione».

Il parallelo tra calcio e guerra

Il brano costruisce un parallelo doloroso e geniale tra il linguaggio del calcio e quello della guerra. I gesti del gioco si spezzano, «Corri, corri e… non si può più». Il tremore della terra rispecchia quello del bambino: «Trema il mondo come me». E persino un gesto quotidiano si frantuma: «Col rigore che non c’è viene giù la radio». La canzone finge di raccontare una partita, ma in realtà racconta la paura.

La Libertà in panchina

Tra le immagini più forti c’è quella della Libertà relegata in panchina: «Qui, la libertà è in panchina, resta in riserva». Non è assente, ma esclusa dal gioco. Vorrebbe correre insieme ai bambini, ma non può, non c’è campo, non c’è pace, non c’è normalità. È una fotografia dei nostri tempi, la Libertà guarda, ma non entra.

Il nonno, argine contro il buio

Il nonno è argine e carezza. Non promette miracoli, non racconta favole. Sta, abbraccia, resiste. Il bambino non chiede vendetta né eroi, ma una cosa semplice e immensa, poter tornare a giocare. Lo dice così: «Vorrei verde il mio campo dove giocare io e te».

Un ritornello che diventa preghiera

In un tempo in cui la guerra scorre sugli schermi come un notiziario tra gli altri, Verde il mio campo ci costringe a fermarci. Ricorda che la prima vittima sono sempre i bambini. E trasforma un ritornello in una preghiera laica, tornare a correre sull’erba, tornare a dire “corri, corri” senza aggiungere “non si può più”.

Nel raccontare il suo brano, Salvatore “Totò” Quagnano richiama le parole di Raoul Follereau: «Se uomini di poco conto, in luoghi di poco conto, smettessero di compiere piccole azioni cattive e cominciassero a compiere piccole azioni buone, il mondo cambierebbe». È lì che “Verde il mio campo” affonda le radici, non nei grandi proclami, ma nei gesti minimi che tengono accesa la luce. Un nonno che stringe, un bambino che sogna l’erba sotto le ginocchia, una canzone che rifiuta di voltarsi dall’altra parte. Non urla, non sfonda porte: insiste. E in quell’insistenza ostinata dei piccoli – granello dopo granello – il mondo, testardo, comincia davvero a cambiare.

Oltre il palco, oltre la guerra

E poi ci sono loro, i due musicisti che hanno preso la melodia per mano e l’hanno portata oltre, oltre il palco, oltre i confini, oltre la paura. Hanno cucito note dove gli adulti mettono filo spinato, trasformando un ritornello in passaporto di pace. Non fanno sermoni, fanno musica, ed è lì la magia. Perché quando una canzone attraversa le frontiere e arriva al cuore di un bambino nascosto in cantina, il mondo — zitto zitto — fa un passo avanti. E sì, sembrano “solo” canzoni. Ma intanto aprono finestre. E fanno respirare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.