l’Italia del 2025 vista da Giorgio, 84 anni, operaio e comunista senza pentimenti
Nella penombra di una taverna della bassa romagnola, davanti a un lambrusco torbido e sincero, un vecchio comunista racconta l’Italia che viene con le parole di chi ha visto tutto e non crede più a niente.
Intervista a Giorgio, ex tracciatore di carpenteria
La taverna è bassa, muri spessi, odore di vino e legna vecchia. Giorgio arriva col suo berettino da baseball, rosso in faccia, mani grosse. Si siede, versa il lambrusco senza chiedere. «Partiamo, va’», dice.
Giorgio, nel 2025 il governo dice che l’economia italiana “regge”. Regge davvero?
«Regge… sì, come reggeva mia zia quando aveva l’artrosi: in piedi ci stava, ma faceva un passo e bestemmiava. I numeri li dite voi, io vedo la spesa. Io vado al coop, pane, formaggio, due robe… e mi dico: ma com’è che con la pensione che piglio adesso faccio meno di quando avevo quarant’anni e tre fioi? L’inflazión la chiamate bassa, ma intanto i schei i vola via.»
Il PIL cresce poco, si dice.
«Ah, ‘sto PIL… una volta c’era il tornio, c’era la pressa, c’era il ferro che ti sporcava le mani. Adesso c’è ‘sto PIL. Se cresce dello zero virgola qualcosa, ma chi lo vede? Nei capannoni qui attorno c’è più silenzio che alla messa del lunedì. Produzione ferma? Eh, grazie. Senza industria non vai da nessuna parte, belìn… ops, scusa, mi viene ancora il ligure ogni tanto.»
Però l’occupazione è aumentata, dicono i dati.
«Sì, ma dimmi: che lavoro? Mio nipote fa tre lavori in uno, partita IVA, scooter, telefono sempre acceso. Lavorare, lavora. Vivere, no. Ai miei tempi si entrava in fabbrica a vent’anni e se eri uno che teneva duro uscivi con la schiena rotta ma con una casa. Adesso entrano a trenta e escono a quaranta senza niente. Gli unici che lavorano davvero son quelli vecchi come me, che non mollano la presa perché sennò non mangiano.»
Gli over 50 sono quelli che hanno trainato l’occupazione.
«Eh, appunto. Siamo noi i muli da soma. I giovani? Li avete fregati. E poi vi stupite se vanno via. Io ho fatto le barricate per i contratti, l’autunno caldo, le botte coi celerini. Non per me, ma per quelli dopo. E adesso? Tutto fumo. Politica finita alla Bolognina, lì han spento la luce.»
Lei dice spesso che il PDS non è mai esistito.
«Per me no. Io ero del PCI. Sezione, tessera, discussioni fino a mezzanotte. I libri li leggevo lì, Marx, Lenin… mica capivo tutto, eh, ma il senso sì: stare dalla parte di chi lavora. Poi un giorno mi dicono che cambiamo nome, simbolo, anima. Da lì in poi ho continuato a votare per abitudine, ma con lo stomaco chiuso.»
Nel 2025 l’inflazione è intorno all’1 per cento.
«Sulla carta. Ma io pago il medico, pago il dentista, pago il ristorante quando porto fuori la morosa – perché sì, anche adesso, vecchio e gobbo, qualcosa combino ancora. E pago più di prima. Energia costa meno? Forse. Ma mangiare costa di più, curarsi costa di più. E quando uno è vecchio mangia e si cura, mica compra i telefonini.»
Il deficit scende, il debito resta alto. Le sembra un problema?
«Il debito è come il vino cattivo: se lo lasci lì peggiora. Ma io ho visto lo Stato buttare soldi e poi venire a piangere. Bonus, controbonus… intanto chi ha lavorato una vita conta i centesimi. Ai miei tempi, quando mancava da mangiare, rubavamo le galline. Non era bello, ma era fame vera. Oggi la fame è diversa, è più silenziosa.»
Lei ha vissuto la povertà vera.
«Nei campi da ragazzino, altroché. Famiglia grande, lutti, si andava avanti a forza di braccia. Poi la fabbrica, le scazzottate, i balli sull’aia, l’antifascismo che non era una parola ma una faccenda seria. Io ci credevo, ci credo ancora. Anche se adesso sembra una barzelletta.»
Che idea si è fatto del futuro dell’economia italiana?
«Se non rimetti al centro il lavoro vero, quello che produce roba, sei fritto. Turismo va bene, servizi va bene, ma senza fabbriche sei un paese da cartolina. E le cartoline le comprano finché fai pena. Poi basta.»
E la politica?
«La politica dovrebbe sporcarsi le mani come facevamo noi. Invece parlano, parlano… io bevo.»
Versa un altro bicchiere, ride. «Oh, non son più il bell’uomo di una volta, ma una cosa l’ho capita: senza giustizia sociale, l’economia è solo contabilità. E la contabilità non scalda nessuno.»
Giorgio alza il bicchiere. Fuori è nebbia. Dentro, almeno per un attimo, la memoria pesa più dei numeri.
