Di Yuleisy Cruz Lezcano

Per professione trascorro molte ore in ospedale. Per indole, e per mestiere di scrittrice, osservo. Osservo ciò che i colleghi sanitari spesso non vedono più, perché ogni tendenza, se reiterata abbastanza a lungo, finisce per sembrare normale. Osservo medici, infermieri, pazienti, familiari. E negli ultimi anni una cosa mi ha colpita con una forza quasi fisica: l’assenza dei giovani. Non parlo solo dei bambini.

È vero, esiste una regola che vieta l’ingresso ai minori di 12 anni, introdotta e rafforzata nel tempo per ragioni di sicurezza, prevenzione delle infezioni e gestione degli ambienti sanitari, come indicano i protocolli del Ministero della Salute e le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma oltre quella soglia formale, c’è una barriera invisibile, molto più solida: la scelta, sempre più diffusa, di tenere lontani anche gli adolescenti. Molti genitori evitano ai figli lo strazio dell’ospedale, l’incombenza della visita, l’esperienza visiva della malattia, della sofferenza, della possibilità della morte. Così nei reparti non si vedono quasi più i nipoti che stringono la mano ai nonni, gli amici che vanno a trovare il compagno malato, gli adolescenti che accompagnano i genitori. Le eccezioni esistono, certo, ma sono appunto eccezioni.

Qualunque sia la giustificazione – il protocollo, la sicurezza, il rischio di contagio – questa nuova abitudine racconta qualcosa di più profondo. È il segno di una società che fatica a riconoscere ai bambini e ai ragazzi la possibilità di fare esperienze di vita reali, anche quelle basilari, che un tempo facevano parte del semplice appartenere a una famiglia, a una comunità, a un consesso civile. Stringere la mano a un malato viene considerato “troppo”, fuori dalla loro portata emotiva. Per insegnare l’empatia, però, organizziamo corsi teorici a scuola. L’educazione emotiva diventa un modulo, un progetto, una slide. La teoria ci rassicura, perché è controllabile, sterilizzata, non comporta imprevisti. Purché i bambini restino al riparo dalla vita vera.

E poi, improvvisamente, ci stupiamo. Stamattina i giornali parlano di ragazzi che, davanti a un incendio, non sono fuggiti, ma sono rimasti a ridere e a filmare, incapaci di riconoscere il pericolo. Si parla di tragico incidente. E lo è, senza dubbio. Ma è difficile non vedere anche il risultato di un modello educativo che ha progressivamente sostituito l’esperienza con la delega, la responsabilità con l’istruzione teorica.

Chi si è salvato, raccontano le cronache, è semplicemente uscito appena ha visto le fiamme. Gli altri sono rimasti, convinti che qualcuno avrebbe risolto la situazione, che non spettasse a loro decidere, che il pericolo non fosse reale. È una dinamica che gli psicologi dell’età evolutiva descrivono da tempo: senza esperienze concrete, la percezione del rischio resta astratta, e l’azione viene rimandata a un’autorità esterna.

La teoria non sostituisce la vita. Stringere la mano a un nonno malato insegna che esistono un inizio e una fine. Cadere e sbucciarsi un ginocchio insegna che ogni azione ha conseguenze. Fare i compiti da soli insegna ad attivarsi, senza aspettare che arrivi qualcuno a risolvere un problema che riguarda te.

Eppure oggi, fino ai dodici anni, nemmeno in ospedale puoi entrare a portare un fiore, un sorriso, una parola. Si resta fuori, in sala d’attesa, ad aspettare di “diventare grandi”. Non è chiaro quando, né come. In teoria.

Forse la vera domanda non è se proteggiamo abbastanza i nostri figli, ma se, nel tentativo di proteggerli da tutto, non li stiamo privando proprio di ciò che li renderebbe capaci di stare nel mondo.

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