Servizi sociali: quando il cambiamento consegna troppo potere all’incompetenza

Nei servizi sociali il cambiamento amministrativo non è mai neutro. Non riguarda solo organigrammi o nuove sigle sulle porte degli uffici: riguarda persone fragili, famiglie in difficoltà, minori, anziani. Per questo, ciò che sta per accadere preoccupa. Non tanto perché cambia, ma perché rischia di concentrare troppo potere decisionale in mani che non hanno competenze adeguate per esercitarlo.

Da tempo si parla di riorganizzazione, di razionalizzazione delle risorse, di nuovi modelli di governance. Tutto giusto, in teoria. Ma nella pratica dei servizi sociali il confine tra riforma e danno è sottile. Quando chi decide non conosce il lavoro quotidiano, quando non ha mai gestito un caso complesso o affrontato una rete territoriale fragile, il rischio non è l’inefficienza: è l’errore strutturale.

Il territorio come priorità decisionale

Si sta assistendo a un progressivo spostamento di poteri verso livelli amministrativi sempre più distanti dal territorio e sempre meno competenti sul piano sociale. Figure che parlano il linguaggio dei numeri, dei flussi, delle procedure, ma non quello delle relazioni, dei tempi umani, della complessità. Nei servizi sociali, però, non tutto è standardizzabile. E ciò che non lo è viene spesso trattato come un fastidio.

Il paradosso è evidente: mentre agli operatori viene chiesto di essere sempre più responsabili, flessibili e formati, le decisioni strategiche vengono affidate a chi non ha una reale preparazione sociale. L’incompetenza, quando è accompagnata dal potere, produce protocolli rigidi, valutazioni affrettate, prese in carico che diventano pratiche amministrative e non percorsi di aiuto.

Il danno più grande non è immediatamente visibile. Non fa rumore. Si manifesta nel tempo: famiglie che si allontanano dai servizi, operatori demotivati, interventi che perdono efficacia. E soprattutto una cultura del controllo che prende il posto della cura. In questo contesto, il servizio sociale smette di essere uno strumento di tutela e diventa un apparato difensivo.

C’è poi un altro aspetto, spesso taciuto. Quando il potere è concentrato e non competente, il dissenso viene letto come resistenza, l’esperienza come ostacolo, la critica come problema. Così si zittisce proprio chi potrebbe evitare errori gravi. È un meccanismo già visto, e raramente finisce bene.

Scaletta consigliata

Qualche consiglio, allora, a chi governa questo cambiamento iniziando  con meno accentramento e più competenza reale, soprattutto nelle decisioni che incidono sulle vite delle persone; in secondo ordine coinvolgere seriamente gli operatori dei servizi sociali, non per formalità ma per costruire scelte sensate; distinguere l’amministrazione dal lavoro sociale, perché non sono la stessa cosa e non richiedono le stesse competenze; accettare il limite, soprattutto quando si decide su ambiti che non si conoscono a fondo.

I servizi sociali non hanno bisogno di uomini e donne forti al comando, ma di persone competenti, capaci di ascoltare e di assumersi responsabilità vere. Dare troppo potere all’incompetenza, in questo settore, non è solo un errore amministrativo. È una scelta che si paga sulla pelle dei più fragili.

E questo, chi lavora nei servizi, lo sa fin troppo bene.

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