​”Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. In questo chiaroscuro nascono i mostri.”

— Antonio Gramsci

​Il 2025 non verrà ricordato come un anno di svolta, ma come l’anno della Grande Frammentazione. È l’epoca in cui le faglie della geopolitica, rimaste attive ma silenziose per decenni, si sono definitivamente aperte, inghiottendo le certezze del secolo scorso. Mentre l’attenzione mediatica globale si è spostata su nuove crisi, le ferite storiche del Medio Oriente si sono incancrenite, l’Europa si è scoperta sola e un nuovo baricentro di potere è sorto a Oriente, lasciando l’Italia sospesa tra promesse elettorali infrante e una sopravvivenza economica sempre più acrobatica.

​Gaza e Cisgiordania: Il Silenzio della Normalizzazione Forzata

​Nel corso del 2025, la Striscia di Gaza è uscita dai titoli di testa, non perché la pace sia tornata, ma perché la tragedia è diventata strutturale. Di Gaza non si parla quasi più: la tregua siglata nell’ottobre 2025 ha cristallizzato una realtà di macerie dove la ricostruzione è ostacolata da veti incrociati e il gelo dell’inverno ha iniziato a mietere vittime tra chi vive ancora nelle tende. Israele ha optato per un controllo di sicurezza prolungato, trasformando la Striscia in una serie di enclave isolate, gestite da autorità locali sotto stretto monitoraggio militare.

​Il vero fatto saliente del 2025, tuttavia, si è consumato nel silenzio della Cisgiordania. Con la legge sulla “sovranità” approvata dalla Knesset a fine anno, Israele ha di fatto legalizzato l’annessione di ampie porzioni di territorio palestinese. La distinzione tra Israele e Cisgiordania è ormai puramente nominale. Mentre la comunità internazionale resta paralizzata, la soluzione a “due Stati” è diventata un reperto archeologico della diplomazia, sostituita da una realtà a Stato unico dove il diritto all’autodeterminazione palestinese appare più lontano che mai.

​L’Ucraina Abbandonata: Il Tramonto dell’Ombrello Americano

​Sul fronte orientale, il 2025 ha sancito il “tradimento” americano o, per meglio dire, il ritorno del pragmatismo isolazionista. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, il flusso di armi e dollari verso Kiev si è prosciugato. L’Ucraina si trova oggi in una posizione tragica: difesa “di fatto” solo da un’Unione Europea che, nonostante gli sforzi finanziari, conta sempre meno sul piano militare e diplomatico.

​L’UE ha cercato di compensare i vuoti lasciati da Washington, ma si è scontrata con i propri limiti strutturali. Senza l’ombrello protettivo e logistico statunitense, il sostegno europeo è apparso come un tentativo disperato di svuotare l’oceano con un secchiello. La Russia, dal canto suo, ha sfruttato questo stallo per consolidare le posizioni, trasformando il conflitto in una guerra d’attrito che l’Europa non ha la capacità industriale di sostenere a lungo termine.

​L’Ascesa dei BRICS: Il Nuovo Baricentro del Mondo

​Mentre l’Occidente si avvita nelle proprie crisi interne, il blocco dei BRICS ha vissuto nel 2025 la sua stagione di massima espansione. Con l’ingresso a pieno titolo di nazioni come Indonesia, Nigeria e Thailandia, il gruppo rappresenta ormai oltre il 35% del PIL globale e il 40% della produzione petrolifera.

​Non si tratta più solo di un forum economico, ma di una vera sfida all’egemonia del dollaro. L’uso crescente del sistema BRICS Pay e di valute locali negli scambi bilaterali sta erodendo il potere sanzionatorio degli Stati Uniti. Il Sud Globale non guarda più a Washington o Bruxelles per lo sviluppo, ma a Pechino e Nuova Delhi, attratto da un modello che promette crescita senza le condizionalità politiche e civili tipiche dei trattati occidentali.

​La Dottrina Monroe 2.0: Trump, la Groenlandia e il Sud America

​Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato ribaltando le priorità geografiche della sicurezza americana. La sua determinazione ad assicurarsi la Groenlandia è tornata prepotentemente d’attualità: con lo scioglimento dei ghiacci artici, l’isola è diventata la chiave per il controllo delle nuove rotte commerciali transpolari. Trump mira a un’annessione o, quantomeno, a una protezione esclusiva che trasformi l’Artico in un “lago americano”, sfidando direttamente le mire russe e cinesi.

​Parallelamente, la Casa Bianca ha rispolverato una versione aggressiva della Dottrina Monroe verso il Sud America. Attraverso la minaccia di dazi del 30% e pressioni diplomatiche, Washington sta cercando di recidere i legami economici tra i paesi latini e la Cina. Il messaggio è chiaro: l’emisfero occidentale deve tornare sotto l’influenza indiscussa degli Stati Uniti, anche a costo di destabilizzare governi non allineati.

​Italia: Il Governo delle Promesse Infrante e la Scheggia Lega

​In questo scenario globale turbolento, l’Italia vive una fase di stasi apparente. Il Governo Meloni, giunto a metà legislatura, ha disatteso gran parte delle promesse elettorali più radicali — dal blocco navale alla riforma delle pensioni “Quota 41” — piegandosi ai vincoli di bilancio europei.

​Nonostante la delusione di una parte dell’elettorato, l’esecutivo regge per mancanza di alternative credibili. Il paradosso è rappresentato dalla Lega, descritta come una “scheggia impazzita” all’interno della coalizione. Salvini, stretto tra il calo dei consensi e la necessità di distinguersi, continua a lanciare provocazioni su temi identitari e autonomia differenziata, agendo spesso come un’opposizione interna. La tensione tra la fedeltà atlantista e la necessità di dialogo economico con l’Est sta portando la maggioranza verso un costante logoramento.

​L’Impatto dei Dazi e la Fuga delle Aziende Italiane

​L’agosto 2025 ha segnato l’inizio della “Guerra dei Dazi” di Trump. Le tariffe del 30% hanno colpito al cuore il Made in Italy. I macchinari piemontesi, l’agroalimentare meridionale e il lusso sono i più penalizzati, con perdite stimate oltre i 20 miliardi di euro.

​Per sopravvivere, molte imprese italiane hanno iniziato a delocalizzare la produzione in Messico o Canada per eludere legalmente le tariffe sfruttando le esenzioni dell’accordo USMCA. Questo fenomeno sta svuotando i distretti industriali del Nord, portando alla perdita di migliaia di posti di lavoro in Italia in cambio della salvezza dei bilanci societari all’estero. Il 2025 si chiude così con un’Italia che esporta capitali e lavoro, mentre la politica resta ostaggio di una retorica che non trova riscontro nella realtà economica.

​Un Futuro di Chiaroscuri

​Il 2025 ci consegna un mondo frammentato in blocchi contrapposti, dove il diritto internazionale è stato sostituito dai rapporti di forza. La sfida del 2026 sarà capire se l’Europa saprà trovare una propria voce o se resterà una periferia di un mondo dominato da nuovi giganti.

foto web

Carlo Di Stanislao

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