Perché lo scandalo a geometria variabile dice più di noi che della geopolitica
L’attacco degli Stati Uniti in Venezuela – diretto o indiretto, palese o coperto – ha riacceso un coro indignato in Europa e in Italia. Editoriali, appelli, richiami al diritto internazionale. Tutto legittimo. Ma anche inevitabilmente incompleto, se non accompagnato da una memoria storica coerente.
La politica internazionale non si giudica a compartimenti stagno. E soprattutto non può essere analizzata con categorie morali intermittenti: valide oggi, dimenticate ieri.
Dal punto di vista di Washington, il Venezuela rappresenta un nodo strategico evidente:
una crisi economica e sociale devastante,
una leadership percepita come autoritaria,
un’area di influenza contesa tra Stati Uniti, Russia e Cina,
una rilevanza energetica ancora significativa.
Chi difende l’azione americana parla di stabilizzazione regionale, di tutela dei diritti umani e di contenimento di potenze rivali nel “cortile di casa” statunitense.
Ma i contro sono altrettanto evidenti:
violazione della sovranità nazionale,
rischio di escalation militare,
ulteriore destabilizzazione di un Paese già fragile,
precedente pericoloso sul piano del diritto internazionale.
Fin qui, nulla di nuovo. È il classico dilemma della geopolitica contemporanea: sicurezza contro legalità, interessi contro principi.
Il problema nasce quando l’indignazione diventa selettiva.
Molti di coloro che oggi gridano allo scandalo per il Venezuela furono inermi, silenziosi o apertamente favorevoli a un’operazione molto simile:
l’intervento militare contro la Libia di Gheddafi nel 2011.
Un’ operazione fortemente voluta dalla Francia,
sostenuta in Italia anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
giustificata allora con argomenti umanitari e democratici,
conclusasi con il collasso dello Stato libico.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti:
frammentazione del Paese,
milizie armate,
traffico di esseri umani,
instabilità cronica nel Mediterraneo.
Chi oggi invoca il diritto internazionale, dov’era allora?
Chi oggi scopre l’importanza della sovranità nazionale, perché non la difese in Libia?
È la fine disastrosa dell’ ideologia globalista.
Per anni ci è stato detto che la globalizzazione avrebbe superato:
la storia,
i conflitti,
la geografia,
gli interessi nazionali.
Il filosofo di corte simbolo di quella visione, Fukuyama, teorizzò la fine della Storia: un mondo pacificato dal mercato e dalla democrazia liberale.
La realtà ha presentato il conto.
La Storia non è mai finita.
È semplicemente tornata a chiedere spazio, con la forza brutta delle sue regole antiche:
potenza,
interessi,
aree di influenza,
competizione strategica.
Il Venezuela, come la Libia ieri e l’Ucraina oggi, non è un’anomalia morale: è un campo di battaglia geopolitico.
Bisogna giudicare tutto, oppure non giudicare nulla
Essere non “di parte” non significa essere neutrali per convenienza.
Significa applicare gli stessi criteri a tutti i casi.
Se l’intervento americano in Venezuela è criticabile – e lo è – allora lo era anche quello in Libia.
Se allora era necessario, allora bisogna spiegare perché oggi non lo sarebbe.
La politica internazionale non tollera doppi standard senza perdere credibilità.
E l’indignazione senza memoria non è etica: è propaganda. Ed eccoci al ritorno della responsabilità:
la Storia è tornata.
E con essa la responsabilità di pensare la geopolitica per quello che è, non per quello che vorremmo fosse.
Meno slogan.
Meno scandali a comando.
Più analisi, più memoria, più onestà intellettuale.
Perché il vero rischio non è prendere posizione.
È fingere di non averne mai presa una.
