di Valeria Panepinto
La mafia del XXI secolo non è più un mosaico di clan in guerra tra loro, ma un sistema unitario, articolato e profondamente radicato nel territorio italiano. Una struttura precisa, fondata su una fitta rete di relazioni personali e su legami fiduciari tra uomini d’onore che amministrano i propri interessi economici attraverso una collaborazione stabile, continua e leale. Il suo fulcro ruota attorno a una parola chiave tanto semplice quanto decisiva: amicizia.
All’interno di questo apparato, nessuna decisione strategica nasce in modo isolato. Nessun ordine prende avvio se non viene condiviso dai diversi centri di interesse mafioso, che si estendono dalla Sicilia alla Calabria, dalla Campania fino a Roma e alla Lombardia. È una regia comune, che supera le tradizionali divisioni territoriali e trasforma la criminalità organizzata in un vero e proprio sistema nazionale.
La distribuzione organica di più centri di potere criminale su gran parte del territorio italiano, unita a una gestione capillare e delocalizzata dei traffici illeciti, garantisce all’organizzazione efficacia ed efficienza. Proprio per questo motivo, avviare un’indagine investigativa capace di indebolire contemporaneamente tutti i nodi del sistema risulta, di fatto, impossibile. Ogni intervento repressivo su un singolo settore consente agli altri di riorganizzarsi, avvertirsi reciprocamente e cambiare rapidamente direzione.
Anche la geografia gioca un ruolo fondamentale. Osservando la cartina dell’Italia emerge una sorta di “triangolo operativo”, che consente spostamenti rapidi senza ricorrere a lunghe tratte estere: dalla Sicilia alla Puglia, dalla Campania fino alla Lombardia, per poi ridiscendere in parallelo. All’interno di questo perimetro si concentra il cuore degli interessi politici e burocratici del Paese, individuabile nella regione Lazio e, in particolare, nell’area di Roma Capitale, snodo centrale delle decisioni strategiche.
La base politica è essenziale per la tenuta del sistema. Senza appoggi nei settori dell’edilizia, degli appalti pubblici, della creazione di nuove imprese, dei reati ambientali e, soprattutto al Sud, della gestione dei flussi migratori e degli scambi oltre confine, non sarebbe possibile consolidare una struttura economica solida e duratura.
Il primo e principale mercato resta la Sicilia, dove la mafia concentra i propri affari nel business degli immigrati e nella trasformazione delle risorse energetiche, comprese quelle rinnovabili. Tuttavia, questi settori non rappresentano il cuore dell’economia mafiosa. I traffici realmente determinanti restano armi e stupefacenti, i cui enormi proventi vengono riciclati attraverso la ristorazione, i piccoli imprenditori, i commercianti e gli stessi circuiti migratori.
Anche i sistemi di comunicazione si sono evoluti. Accanto all’uso della rete internet e di simbologie convenzionali, persistono modalità arcaiche ma efficaci: luci e suoni nelle vie cittadine, una sorta di “codice Morse” moderno, scambi di messaggi tra soggetti apparentemente marginali, inclusi addetti alle strade e personale impiegato negli uffici pubblici.
Salendo lungo la penisola, la Calabria ospita i depositi della droga proveniente dalla Sicilia e funge da base logistica per latitanti e per lo smistamento delle comunicazioni verso le altre regioni. In Campania, il business principale ruota attorno ai reati ambientali e a forme di micro-criminalità organizzata. Le risorse economiche raccolte nel Centro Italia vengono poi investite al Nord, dove le imprese sono fiorenti e gli appalti pubblici offrono ampie possibilità di reinvestimento, anche attraverso lo smaltimento illecito di rifiuti speciali e sostanze tossiche.
Il problema, in Italia, è strutturale. Ogni volta che un settore della criminalità organizzata viene colpito, l’attenzione mediatica si concentra su quel risultato, mentre il sistema si limita a spostare il baricentro degli affari. Una sorta di chiusura apparente, un “vedo non vedo” che lascia intatto il cuore dell’economia mafiosa. Colpire indiscriminatamente tutti i centri è impossibile; l’unica strategia efficace resta l’individuazione del fulcro economico da cui tutto prende avvio.
I flussi si ricostruiscono secondo un disegno a triangolo: la Sicilia come primo mercato, con traffici di droga, armi e tratta degli immigrati; il riciclaggio nelle attività commerciali; gli investimenti finali al Nord, dove imprese e grandi appalti prosperano grazie a capitali illeciti. In questo meccanismo vengono coinvolti anche i più vulnerabili, inclusi i minori, utilizzati come intermediari.
Oggi non esistono più faide locali lungo le coste del Mediterraneo, del Tirreno, dello Ionio o dell’Adriatico. Nella parte centrale del Paese domina una politica della collaborazione. Non esistono più “mafie” al plurale: la Mafia è una sola. Un’organizzazione unica, con un mercato centrale che nasce in Sicilia e coordina tutti i traffici, e con il riciclaggio — soprattutto attraverso la ristorazione — che si diffonde silenziosamente nelle principali regioni italiane.
