Il Bene in Situazioni come quella di Crans Montana è Celato dietro Domande di Senso e Gesti di Fraternità Inaspettati.

Lungi da me accanirmi su di una notizia di cronaca quale quella della notte di Capodanno o fare la disamina e l’analisi dell’accaduto, già ci sono state tante, a mio avviso troppe, informazioni a riguardo. Né, tanto meno, desidero puntare l’occhio di bue sul dolore dei genitori dei ragazzi che stanno lottando tra la vita e la morte o che hanno lasciato questo mondo, entrando in un campo così intimo e privato.

Una canzone catartica

Vorrei prendere le mosse dal ritornello di una canzone di Achille Lauro dal titolo Perdutamente che molti avranno ascoltato cantato da una delle mamme della strage di Crans Montana per il figlio al suo funerale. Ve ne riporto il testo profetico ed agghiacciante per poi arrivare a dare, come mio solito, un messaggio di speranza.

E se bastasse una notte, sì, per farci sparire

Cancellarci in un lampo come un meteorite

Sì, godersi l’impatto e non ci importa la fine

Se si incendia lo spazio, amore, abbassa il tettino

Perdutamente, siamo in mare aperto

Perdutamente, è già mattino presto

Se mancasse una notte, voglio un nuovo vestito

Se per Dio siamo niente, di niente, di niente

Un fuoco d’artificio

Perdutamente è una canzone che parla di amore per la vita con un retrogusto di dolore, più che naturale, dato dall’impatto col proprio sentirsi fragili; un testo che parla di libertà, quella libertà derivante dall’accettazione di quella fragilità riconosciuta.

Un ritornello secondo cui non si può fare altro, dunque, se non vivere perdutamente, avendo coraggio di sentire tutto senza paura di cadere. Una canzone in cui si sfiora, inevitabilmente, il tema della fede quando l’artista ripete “Se per Dio siamo niente, di niente, di niente”.

Un testo che accarezza il senso di abbandono in cui tutti siamo immersi, tanto più se si è adolescenti. Nasce da qui una domanda su quale possa essere il vero valore della vita se non si ammette l’esistenza di un qualcosa di superiore a cui aggrapparsi, nulla ha allora più importanza se non l’apparente unico desiderio di un’ultima notte che annulli tutto.

La parola a Claudia Oggioni

Per rispondere a questo interrogativo presterò la mia penna a Claudia Oggioni, una donna di cui molto è stato detto dai giornali e telegiornali per il suo gesto di assoluta ospitalità e accoglienza nei confronti dei genitori dei ragazzi ricoverati al Niguarda. Seguendo un impulso Claudia il 3 gennaio scrive di getto un post sul gruppo Facebook del quartiere di Niguarda, in cui io stessa vivo da qualche anno.

Poche parole che quella sera anche io ho letto con stupore, decise, scritte in stampatello, come a volerle urlare al mondo: “POSSO OSPITARE LE MAMME DEI RAGAZZI CRANS-MONTANA ABITO DI FRONTE ALL’OSPEDALE”.

Quando ricevi il bene, il bene va restituito! Questa è la frase che si ripete ogni giorno e che ha fatto sì che l’universo le permettesse di raggiungere la famiglia da lei attualmente ospitata, attraverso l’intermediazione di un’infermiera del reparto grandi ustionati del Niguarda la quale, leggendo il post, non ha potuto fare a meno di comunicare questa disponibilità d’animo alle persone interessate.

Chi è Claudia?

Claudia è una donna, madre di tre figli, che alimenta la sua sfera spirituale e che ha fatto dell’amore e della dedizione per l’altro i punti cardine della sua vita. Da igienista dentale decide poi di dedicarsi agli altri, sull’esempio dei suoi genitori ai quali, lei più volte sottolinea durante la nostra conversazione, deve il merito di averle insegnato quanto l’amore possa davvero mettere in moto un’onda anomala travolgente e disarmante capace di produrre altro amore. Attualmente lavora in ospedale a supporto dei più deboli ma ha partecipato a missioni di salute in India, in Amazzonia a stretto contatto con gli indigeni, in Perù sulle Ande.

Claudia e i suoi figli in India

Uniti anche se sconosciuti

Da quel post del 3 gennaio è nato un vero e proprio sodalizio di due famiglie, la sua e quella ospitata. Nella sua stessa casa lei, madre, ha accolto un’altra madre, convivono loro due sole durante la settimana fin quando nel week end il resto della famiglia ospitata, marito e figli, si uniscono loro. Si riscoprono uniti anche se sconosciuti, e si ritrovano persino a fare battute sulle reciproche condizioni come ad esorcizzare e alleggerire, per quanto possibile, il tempo e le vicissitudini, come in una vera famiglia.

Il bene non può essere taciuto

Claudia non vuole tacere questa sua iniziativa non per piaggeria o vana gloria ma per uno scopo nobile che mi ha chiesto espressamente di riportare. Troppe sono le notizie brutte, troppo l’accanimento dei media che raccontano di quanto l’umanità sia capace di gesti inenarrabili, importante è, però, che in questo mare in tempesta vengano rese ben visibili isole salvifiche a cui puntare.

Tutto ciò lo si può fare solo dando voce e risalto a persone capaci di azioni di bene, generosità e solidarietà, come Claudia. Ragion per cui, quando l’ho contattata per scrivere questo articolo non ci ha pensato due volte, mi ha detto subito di sì, mi ha dato fiducia.

Il bene, oltre ad essere fatto, in questa società deve essere anche raccontato. Laddove il coraggio, la cura, la dedizione e l’attenzione germogliano se non venissero visti e se non se ne facesse memoria non sarebbero di ispirazione. Il bene genera altro bene e chi più di me, che scrivo proprio per raccontare quanto di bello, giusto, buono e sorprendente c’è in ogni essere umano, poteva esimersi dal raccontare un simile atto sovversivamente meraviglioso.

Aprire le porte all’umano

Aprire le proprie porte di casa allo sconosciuto, al dolore, alla composta disperazione, ad una famiglia segnata, è come aprire quella porta alla redenzione di un’intera umanità troppo abituata a coltivare il proprio orticello, relegata nei suoi interessi e ripiegata sulle proprie preoccupazioni tanto da sembrar cieca di fronte al bisogno, al dolore o anche alla gioia dell’altro.

Siamo davvero umani solo quando usciamo da noi stessi per immedesimarci in chi ci cammina accanto, quando siamo capaci di atti semplici di gentilezza e attenzione come un sorriso, una mano tesa, un grazie o uno scusa detti al momento giusto.

Siamo davvero umani quando vediamo finalmente l’altro, quando alziamo lo sguardo e raddrizziamo le schiene curve, troppo abituate a guardare i propri passi più che la strada che abbiamo davanti, a godere del viaggio piuttosto che camminare nella paura costante di cadere.

Il Dio in noi è la risposta

Ritornando dunque a quel grido del ritornello “Se per Dio siamo niente, di niente, di niente Un fuoco d’artificio” e alla domanda sul senso dell’esistenza non vi è altra risposta ad esso che questa disponibilità del cuore, questa apertura all’altro e questa speranza che non delude mai anche nella tribolazione.

Il desiderio di bene e la capacità di compierlo, spinti da un istinto, implicando tutta un’esistenza e investendo tante vite nel proprio incedere, è la conferma che, per quanto possiamo sentirci niente, in noi c’è qualcosa di più grande degli eventi che ci lega tutti, indissolubilmente, gli uni agli altri ed è un qualcosa di divino. Facciamo, dunque, come Claudia e come molti altri che similmente a lei gareggiano nello stimare e amare il prossimo. D’altronde nessuno si salva da solo.

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