di Gregorio SCRIBANO
Pensioni, il silenzio che fa paura – Le pensioni sono progressivamente scomparse dal dibattito pubblico, fatta eccezione per la breve e rituale parentesi di fine anno, aperta e subito richiusa con l’approvazione della manovra finanziaria. Eppure il problema rimane intatto, gravando interamente sulle spalle dei lavoratori e assumendo, anno dopo anno, dimensioni sempre più pesanti. L’invecchiamento della forza lavoro attiva, la diffusione del lavoro precario e discontinuo, assegni pensionistici destinati a ridursi ulteriormente e un patto generazionale sempre più fragile compongono un quadro allarmante. Un sistema che fatica a reggere nel lungo periodo e che rischia di scaricare sulle nuove generazioni il costo di scelte rimandate troppo a lungo.
Per capire perché su un tema che riguarda milioni di cittadini sia calata una sorta di censura non dichiarata, abbiamo intervistato il Dottor Gregorio Scribano, opinionista politico e analista dei media. Il suo giudizio è netto: «Il silenzio è una precisa scelta politica, purtroppo bipartisan».
Dottor Scribano, fino a pochi anni fa le pensioni erano centrali nelle campagne elettorali. Oggi non se ne parla quasi più. Perché?
«Perché non conviene più parlarne. Aumentare l’età pensionabile fino a 70 anni e, allo stesso tempo, ridurre l’assegno previdenziale a causa del sistema contributivo – provvedimento che vede tutti d’accordo, governo, opposizione e sindacati – non porta consenso. Meglio quindi far finta di niente e spostare l’attenzione su altri temi. Le pensioni non promettono soluzioni rapide né benefici immediati. Negli anni Ottanta e Novanta erano il terreno delle grandi promesse elettorali, oggi sono diventate un problema tecnico, complesso, poco “vendibile” mediaticamente. Parlare di pensioni significa parlare di numeri, responsabilità e futuro. Tre concetti che politica e media preferiscono evitare.»
Lei definisce il sistema pensionistico italiano una “bomba a orologeria”. Perché?
«Perché è instabile da anni e nessuno ha il coraggio di affrontarlo davvero. L’Italia invecchia, i giovani che restano, quelli che non fuggono all’estero per condizioni di lavoro più vantaggiose, sono pochi, il lavoro è sempre più discontinuo e precario e i contributi di oggi non bastano a garantire le pensioni di domani. Il sistema regge solo perché continuiamo a far finta che regga.»
Questa situazione rischia di trasformarsi in una grave ingiustizia sociale?
«Non rischia: lo è già. Ed è un’ingiustizia evidente se si confrontano i pensionati di oggi con quelli del passato, quelli del sistema retributivo, andati in pensione a 65 anni con assegni molto vicini agli ultimi stipendi percepiti. Oggi chi può permettersi fondi integrativi o previdenza privata potrà avere una vecchiaia dignitosa. Gli altri no. È lo stesso meccanismo che vediamo nella sanità: chi ha risorse si cura, chi non le ha aspetta mesi per una visita specialistica o un accertamento diagnostico. Così sta accadendo per la pensione: smette di essere un diritto e diventa un privilegio. E quando questo accade, il patto sociale è già rotto.»
Ogni tentativo di riforma viene fermato dalla frase: “i soldi non ci sono”. È davvero così?
«È un alibi comodo. Dire che i soldi non ci sono chiude il discorso. Ma bisognerebbe spiegare perché non ci sono: evasione fiscale e contributiva altissima, lavoro nero, ingenti sprechi di risorse pubbliche. Non si possono chiedere sacrifici continui a chi continua ad essere spremuto dal fisco come un limone. I soldi ci sono, ma vanno presi non solo dai soliti ‘fessi’, lavoratori dipendenti e pensionati, ma recuperati da evasori ed elusori che sottraggono al fisco oltre 100miliardi di euro ogni anno!»
E ai giovani che entrano oggi nel mondo del lavoro cosa resta?
«Resta l’incertezza. Sanno che difficilmente avranno una pensione simile a quella dei loro genitori. È uno dei motivi per cui molti emigrano. In Italia vivono una precarietà permanente: versano pochi contributi, perchè guadagnano troppo poco, perchè lavorano in modo discontinuo e sempre più tardi, mentre l’età pensionabile si allontana e l’assegno previdenziale si riduce. È come correre verso un orizzonte che non si raggiunge mai.»
Lei ha detto: se lo Stato non è più in grado di garantire una vecchiaia dignitosa, dovrebbe ammetterlo. Perché?
«Perché fingere non serve più. Continuare a tacere mentre si chiede di lavorare fino a settant’anni per poi offrire pensioni misere è una doppia fregatura. Dire la verità sarebbe doloroso, ma onesto. Almeno permetterebbe ai cittadini di decidere consapevolmente come tutelare il proprio futuro.»
Quanto pesa l’evasione fiscale e contributiva su questo sistema?
«Come già detto pesa enormemente. Finché milioni di persone evaderanno, il sistema resterà ingiusto e insostenibile. È più facile spremere chi paga tutto che colpire chi evade da decenni. Ma così si distrugge il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini. Non può esistere giustizia previdenziale senza giustizia fiscale.»
Denunciare non basta. Cosa dovrebbe fare concretamente lo Stato?
«Le misure sono chiare e valide per qualsiasi schieramento politico:
- trasparenza totale sui contributi, con dati reali e personalizzati;
- separare nettamente previdenza e assistenza;
- creare un fondo pubblico di previdenza integrativa, alternativo a banche e assicurazioni;
- incentivare il risparmio previdenziale anche per i redditi bassi;
- introdurre un’età pensionabile flessibile, legata al lavoro svolto e agli anni di contributi, con tetto massimo fissato a 65 anni;
- colpire seriamente l’evasione contributiva;
- dire finalmente la verità ai cittadini e aprire un nuovo patto sociale basato su corresponsabilità e giustizia.»
In conclusione, cosa direbbe a chi oggi lavora e non crede più nella pensione?
«Direi che il silenzio sulle pensioni è il vero campanello d’allarme. Quando un Paese smette di parlarne, significa che ha smesso di pensare al proprio futuro. Le pensioni non sono solo un problema contabile: sono il simbolo di un patto di fiducia. Romperlo vuol dire accettare che la dignità diventi un privilegio. E invece la dignità dovrebbe restare un diritto. Ma nel Belpaese, dove ognuno è costretto a pensare al proprio orticello, anche sulle pensioni la strada sembra segnata: arrangiarsi da soli, con previdenza integrativa o investimenti privati, perché politica, sindacati e media hanno scelto di… ‘parlare’ di tutt’altro.»
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