“Dal fondo delle stelle”: il teatro delle vite negate di Angela Ricci restituisce dignità alla scultrice condannata al silenzio

L’happening “Dal fondo delle stelle. Camille Claudel”, scritto e diretto da Angela Ricci, e andato in scena alla Sala Lysistrata del Teatro Antigone di Roma, si inserisce con coerenza nel percorso artistico che la regista e drammaturga porta avanti da trent’anni.

 

Un teatro dedicato alle donne, alle loro biografie, storiche o mitologiche, osservate non come figure simboliche, ma come esistenze colte in un preciso momento della loro vita. “Non penso mai solo allo spettacolo, ma alla donna come era in quel momento”, ha più volte dichiarato la Ricci. Ed è proprio questa prospettiva a orientare l’intero lavoro di scrittura e di regia.

 

La narrazione non segue una linea cronologica. Procede piuttosto per stratificazioni, ritorni e scarti temporali, alternando il presente della reclusione manicomiale di Camille Claudel al tempo della memoria, quello della giovinezza, della formazione artistica e del rapporto con Auguste Rodin.

 

Due Camille si rispondono a distanza: la giovane scultrice, interpretata da Francesca Lily Sorrentino, animata da un’urgenza creativa assoluta, e la donna ormai anziana, Lucia Nicolai, rinchiusa e privata non solo della libertà, ma della possibilità stessa di esprimersi. Questo controcanto continuo è uno dei punti di forza dello spettacolo, perché restituisce la frattura profonda di una vita segnata da un’ingiustizia mai sanata.

 

A incarnare la giovane scultrice è la Sorrentino, chiamata a un compito tutt’altro che agevole. Dare corpo non a un mero antecedente biografico, ma a una forza vitale che continua ad agire, per contrasto, nel presente della reclusione. La sua interpretazione si muove su un registro misurato, restituendo una Camille attraversata da un’energia creativa autentica, mai idealizzata.

 

La figura che emerge in scena è determinata, concentrata, talvolta spigolosa. L’arte non è per lei un ornamento, o una vocazione romantica, ma una necessità fisica, quasi corporale.

 

Il rapporto con Rodin, rievocato nella prima parte, non è trattato come vicenda sentimentale, ma come snodo esistenziale. Per Camille rappresenta al tempo stesso una via di fuga dall’ambiente familiare e sociale e una promessa di riconoscimento artistico, oppure una trappola. La relazione diventa così emblema di un sistema che, pur nutrendosi del talento femminile, ne ostacola l’autonomia.

 

Il tema del disonore attraversa tutto il testo, quello inflitto a una donna di straordinaria capacità artistica, alla quale viene impedito, anzi proibito, di creare.

 

Il monologo della Nicolai (Camille anziana), attrice da meno di un anno e mai iscritta a una scuola di teatro, è uno dei momenti più intensi della rappresentazione. Costruito come un flusso di pensiero richiama, per andamento e densità emotiva, una scrittura che sembra ispirarsi a Proust. Ne deriva un saliscendi continuo di emozioni, inflessioni, modulazioni tonali e verbali, che richiede grande rigore interpretativo.

 

In questo contesto, emerge con forza il tema della “follia imposta”. Claudel non è raffigurata come malata, ma come soggetto scomodo, da mettere a tacere. Il contrasto tra le figure genitoriali è netto. Il padre, unico a non abbandonarla mai, e la madre, che giudica il lavoro di scultrice un’attività “da uomo”, sconveniente per una donna. Un conflitto privato, che riflette un pregiudizio sociale più ampio.

 

Centrale è anche la riflessione sul rapporto con la materia, condensata in una delle battute più incisive del testo: “Quando trasformo la materia mi sento madre del creato. Mi sento Dio”. Un’affermazione percepita come blasfema e, proprio per questo, rivelatrice di quanto l’atto creativo femminile fosse, e continui a essere, vissuto come minaccia all’ordine costituito.

 

La messinscena accompagna con discrezione questa complessità. Il gioco di luci soffuse, curato da Jacopo Ierfone, dai chiarori pallidi e lunari, restituisce visivamente l’incertezza del ricordo, la fragilità di una mente che trova nella memoria l’unica ragione di sostegno possibile.

 

Camille: il tempo dell’‘utile’ e il tempo del ‘sentire’ (ph. autore)

Il tempo dell’“utile” e il tempo del “sentire” si sovrappongono senza mai coincidere del tutto. Il primo è il tempo sociale, normato, produttivo, quello che giudica, classifica e decide ciò che è ammesso e ciò che non lo è. È il tempo che condanna Camille perché improduttiva, eccentrica, non conforme, e che la rinchiude in manicomio quando la sua esistenza non risulta più funzionale né controllabile.

 

Il secondo è il tempo interiore, soggettivo e non lineare. E’ il tempo dell’arte, della memoria, dell’emozione. È il tempo in cui vive davvero Camille, anche quando tutto le è stato sottratto. In questo senso, il manicomio non è solo uno spazio fisico, ma il luogo concettuale in cui il tempo dell’utile pretende di annientare quello del sentire. Eppure fallisce, perché la memoria, pur dolorosa, continua a generare immagini, parole e visioni.

 

La presenza della cantante Ilde Consales dà forma al flusso emotivo, ora cullante, ora aggressivo, mai decorativo, della scultrice. La sua voce diventa mezzo di espressione dei sentimenti della protagonista. Le sue canzoni funzionano come contrappunto continuo, che cullano, scandiscono, commentano, talvolta scuotono, momenti della vita di Claudel, senza mai sovrastare l’azione scenica.

 

Sorrentino, Camille creativa; Consales, le emozioni; Nicolai, Camille anziana e vita negata (ph. autore)

La Sala Lysistrata, infine, con le sue dimensioni raccolte, si è rivelata l’ambientazione più adatta, e contribuisce in modo decisivo al convincente risultato dello spettacolo.

 

È uno spazio avvolgente, quasi uterino, che richiama metaforicamente il grembo materno evocato anche dalla scenografia, dominata da riferimenti alla dea madre e da forme archetipiche delle sculture in scena. Una vicinanza tra palco e pubblico, che amplifica la percezione emotiva senza artifici.

 

“Dal fondo delle stelle. Camille Claudel” è un’opera densa e complessa, che richiede attenzione e ascolto. Non punta alla commozione immediata, ma la costruisce attraverso un lavoro rigoroso su testo, tempi e memoria.

 

Angela Ricci, nel solco della propria poetica, restituisce a Camille Claudel, almeno sulla scena, la voce che le è stata a lungo negata.

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