Negli ultimi anni si moltiplicano episodi di aperta ostilità verso le Forze dell’Ordine: rifiuti di ottemperare agli ordini, polemiche aggressive, offese, sputi, percosse, fino a vere e proprie aggressioni. Non si tratta di fatti isolati. È il sintomo di un problema più profondo: la progressiva erosione del rispetto per l’autorità dello Stato.

Quando un agente di Polizia o un Carabiniere ferma un cittadino per strada, non è un “semplice individuo in divisa” che si rivolge a lui. In quel momento, quell’uomo o quella donna rappresentano lo Stato. Parlano a nome della collettività. Agiscono in nome dell’ordine giuridico che rende possibile la convivenza civile.

Se ti viene ordinato di fermarti, di scendere dall’auto, di esibire i documenti, non si tratta di una cortesia, né di una richiesta personale. È un atto di sovranità. È lo Stato che esercita una funzione essenziale: garantire sicurezza, legalità, tutela reciproca. È la comunità che chiede rispetto delle regole comuni.

Chi risponde con arroganza, chi rifiuta di collaborare, chi offende o aggredisce, non sta mancando di rispetto a un singolo agente. Sta offendendo lo Stato stesso. E quindi sta offendendo tutti noi: i cittadini, le famiglie, i lavoratori, i contribuenti, le persone perbene che ogni giorno rispettano le regole per rendere possibile la vita collettiva.

La divisa non è un ornamento. Non è un simbolo folkloristico. È il segno visibile dell’ordine che ci permette di vivere in una società civile e non in una giungla. Dove quel segno viene svilito, irriso o sfidato, lì inizia la dissoluzione dell’autorità e, con essa, della sicurezza di tutti.

Certo, anche gli agenti di Polizia possono sbagliare e, in casi estremi, commettere abusi. È una possibilità fisiologica in ogni apparato umano. Ma non spetta al singolo cittadino, nel mezzo di un controllo su strada, decidere cosa sia giusto e cosa non lo sia. Non esiste un diritto all’insubordinazione preventiva. Esistono organi di controllo, magistratura, procedimenti disciplinari, garanzie costituzionali: ed è a questi che ogni cittadino può e deve rivolgersi qualora ritenga di aver subito un illecito. Trasformare ogni intervento in un processo sommario sul posto significa demolire l’idea stessa di Stato di diritto.

Il recente caso americano della donna uccisa durante un controllo stradale sarà valutato nelle sedi giudiziarie competenti, come è giusto che sia. Ma al di là delle responsabilità penali che verranno accertate, i video diffusi mostrano una costante e plateale sfida all’autorità degli agenti, con reiterati rifiuti di eseguire ordini legittimi. È un comportamento sempre più frequente anche in Europa e in Italia: l’idea che l’autorità sia negoziabile, che l’ordine sia discutibile, che il controllo sia una provocazione.

È un errore culturale grave.

Lo Stato non è un’opinione.
Non è una scelta facoltativa.
Non è un servizio “a richiesta”.

È la struttura portante che rende possibile la libertà individuale. Senza autorità non c’è libertà, ma solo arbitrio. Senza rispetto per le regole non esiste convivenza, ma sopraffazione. Senza il riconoscimento della funzione delle Forze dell’Ordine, non si produce maggiore democrazia, ma anarchia sociale.

Il rispetto per la Polizia non è sottomissione.
È civiltà.

Chi non lo comprende, non sta lottando per i diritti: sta erodendo le fondamenta della società in cui vive. E quando quelle fondamenta cedono, non crollano solo le istituzioni. Crolla la sicurezza quotidiana, la serenità delle famiglie, la libertà reale dei cittadini onesti.

Lo Stato non si difende con gli slogan.
Si difende con il rispetto.

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