Al Teatro Roma la tragicommedia di Aldo Nicolaj, regia di Vanessa Gasbarri, racconta Shakespeare dal punto di vista del personale di servizio

“Amleto in salsa piccante” spiazza. Non è la tragedia a prendere subito la parola, ma il suo rovescio. La tragicommedia di Aldo Nicolaj, portata in scena al Teatro Roma (in cartellone fino al 2 febbraio) con la regia di Vanessa Gasbarri, lavora su uno scarto di prospettiva che disorienta e incuriosisce.

 

 “Amleto” non è raccontato dal centro del dramma di Shakespeare, ma dal retrobottega del potere, dalla cucina di Elsinore, qui affidata allo sguardo del cuoco Froggy. Un luogo marginale solo in apparenza, dove si prepara il cibo, ma soprattutto si metabolizzano le decisioni dei potenti, si assorbono le ricadute della storia e si osserva, da una distanza ravvicinata e disincantata, il disordine morale della corte.

 

Nicolaj costruisce un’operazione che rispetta l’opera del Bardo, senza ridursi a una semplice parodia del classico elisabettiano, ma in una sua rifrazione laterale. Il copione intercetta e rende esplicito ciò che nell’originale resta metafora: il nesso tra potere e decomposizione.

 

Se nell’Amleto del drammaturgo inglese il veleno entra nell’orecchio del re come corruzione, che si insinua nel corpo e nella parola, qui la cucina diventa il luogo simbolico dove il “marcio” si manifesta senza filtri, fino a tradursi nella battuta: “C’è del marcio in cucina, c’è del marcio in Danimarca”, esplicita parodia del celebre verso.

 

L’idea di fondo è chiara. La tragedia vista dal basso, dal punto di vista del personale di servizio, che ha conosciuto Amleto bambino, ne ha colto le fragilità e ne comprende, forse più dei nobili, le ferite affettive. La cucina diventa così spazio politico, secondo la definizione di Froggy (“arte di guerra e arte di pace”), luogo dove il nutrimento supplisce alle mancanze emotive e dove anche il dolore viene addolcito, emblematicamente, dalle “ciliegine di Ofelia”.

 

La regia di Vanessa Gasbarri accompagna con misura questo rovesciamento di prospettiva e mantiene un equilibrio costante tra ritmo comico e incrinature malinconiche. Il registro farsesco non è mai fine a se stesso, la risata convive con un fondo amaro, che restituisce intatta la tragicità del testo shakespeariano pur attraversandola con leggerezza.

 

La tragedia vista dal retrobottega del potere (ph. Daniele Fabbri)

La struttura, funzionale e leggibile, sostiene un’azione che privilegia il lavoro di gruppo e il dialogo calibrato tra i personaggi.

 

Ed è proprio l’ensemble, affiatato e solido, uno dei punti di forza dello spettacolo. Si avverte un mestiere condiviso, una precisione nei tempi comici e una cura nel gioco delle relazioni, che rendono credibile il mondo della cucina come microcosmo autonomo.

 

Massimiliano Vado, regista con un percorso che include autori come David Mamet, Goethe e Beckett, formato al Teatro Stabile di Roma e alla Scuola del Teatro Stabile del Veneto “Carlo Goldoni”, nel ruolo del cuoco Froggy dà vita a una figura cardine. Osservatore ironico, coscienza critica, mai caricaturale, il suo personaggio tiene insieme filosofia quotidiana e pragmatismo. La recitazione procede per sottrazione, con misura, restituendo una presenza che orienta il flusso narrativo senza imporsi.

 

Efficaci le prove di Danila Stàlteri, impegnata da oltre vent’anni nel teatro contemporaneo, con esperienze che spaziano dal palcoscenico al cinema (tra cui la partecipazione al film “Il viaggio” del 2017 e in numerose fiction tv), e Veronica Milaneschi.

 

Stàlteri attraversa con naturalezza la doppia incarnazione della regina Gertrude e della sguattera Brecka, costruendo due voci separate, ma legate da una sottile continuità emotiva. La sua un’interpretazione passa dal registro comico a quello più opaco senza strappi.

 

Milaneschi, nei ruoli di Inge e Ofelia, offre due figure complementari. Ofelia, fragile e dolente, e Inge, donna decisa, proattiva, alla maniera delle fantesche della commedia dell’arte. In entrambi i casi, restituisce personaggi che non sono solo oggetti delle circostanze, ma parti consapevoli di un universo affettivo spezzato.

 

Leonardo Bocci (Amleto), noto anche come sceneggiatore e interprete di video-parodie realizzate con il duo Actual, diventate veri e propri cult sul web con oltre 20 milioni di visualizzazioni, costruisce un Amleto ironico, lontano da eccessi declamatori, in equilibrio tra disincanto e tensione interiore.

 

Completano il cast Claudia Ferri (Cathy), un profilo coerente, che sostiene il ritmo e la continuità narrativa del racconto, contribuisce a tenere insieme i diversi piani dell’azione e a sostenere il tempo complessivo dello spettacolo. In questo senso, assume di fatto il ruolo di walking bass della messinscena.

 

Walter Del Greco interpreta Elios, Laerte e Orazio (ph. Daniele Fabbri)

Accanto a lei  Walter Del Greco, impegnato in una prova di trasformismo tra Orazio, Laerte ed Elios, delinea una caratterizzazione duttile e brillante, al servizio delle dinamiche del cast.

 
L’allestimento tecnico, dalle scene e dai costumi di Crew on stage alle luci e alla fonica di Raffaele Fracchiolla, fino al contributo del maestro d’armi Stefano Cabianca Fabrizi, sostiene la performance senza sovraccarichi, lasciando spazio agli attori e alla parola.

 

Il Teatro Roma si rivela uno spazio che, per dimensioni e assetto, valorizza l’ascolto e la relazione diretta con il pubblico.

 

Da segnalare, infine, l’attività dell’ufficio stampa, che accompagna lo spettacolo con un’azione puntuale e accurata, elemento non secondario nel percorso di una produzione che chiede di essere compresa prima ancora che giudicata.

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