Chiarisco un aspetto fondamentale per il Movimento Empatico: attenzione a non concentrarsi solo sull’empatia come sentimento. L’Empatismo è Arte e Filosofia al di là di tutto.
Sono qui oggi per chiarire che l’empatia, nel nostro Movimento, è stata l’origine: la soglia dell’incontro, il filo sottile che impedisce di smarrirsi, qualcosa da promuovere con decisione, ma che tuttavia, non è la misura definitiva, bensì gesto iniziale, percorso, orizzonte nascosto.
Il Movimento Empatico nasce dal principio che ogni vera opera d’arte è empatica. Chi non possiede empatia non può, a mio parere, vedere né l’altro né se stesso, e quindi non può esprimere né verità né bellezza e pertanto non può essere un vero artista. Tuttavia, il Movimento non si riduce a un sentimento: è prima di tutto artistico, letterario e filosofico (tutti i veri artisti sono sempre empatici anche quelli che facevano parte dei movimenti del passato… o che non hanno mai fatto parte di un movimento).
Il nome è contingente. Avremmo potuto chiamarlo semplicemente “Movimento” (come il Movement inglese) e nulla sarebbe cambiato. La storia dell’arte insegna che non sono le parole a contare, ma ciò che accade sotto di esse: opere, azioni, visioni. Ridurre il Movimento alla sola empatia significherebbe arrestarne la dinamica vitale.
Chiaramente rivendichiamo la presa di coscienza che l’arte è da concepirsi sempre empatica e che la stessa si oppone a quell’Arte “non-arte” narcisistica. Ma invitare qualcuno a far parte del nostro gruppo base come “Maestro Empatico”, ad esempio, non significa valutare solo la sua capacità empatica (essa è parte nascosta nella sua vera arte che gli riconosciamo). Conta, per gli artisti, appunto, il riconoscimento dell’Arte, la forza del pensiero e del linguaggio, la capacità di produrre bellezza e trasformazione. In altre parole prima giudico criticamente l’artista come tale e poi tra me e me penso che per forza la sua arte nasce anche dall’empatia…
Essere empatici soltanto non basta affatto, così come non bastava essere romantici per fondare il Romanticismo, o futuristi per fondare il Futurismo o esserne parte come artisti riconosciuti tali. A volte incontro persone che scrivono con cuore empatico, ma che non riescono a produrre vere poesie o veri quadri, o canzoni e così via: non è questione di volontà, ma di talento.
L’empatia da sola non genera arte; è un seme che ha bisogno di nutrimento e forma. Il Movimento Empatico vive nelle pratiche che attiva, nei dialoghi che apre sulla modernità dell’arte e della filosofia, nelle opere, nei libri, nelle mostre e nelle azioni che attraversano linguaggi diversi alla ricerca di verità.
L’appello all’empatia del 2020 rispondeva a un’urgenza storica e personale: unire gli artisti e le arti per completarsi, compensare (nel mio caso) mancanze artistiche e pulsioni verso altre arti al fine di tendere all’artista totale e, simbolicamente, suggerire ai popoli di fare lo stesso. Ma un Movimento non si sostiene su un sentimento o su una parola: si sostiene sulla capacità di generare pensiero, inventare linguaggi e produrre trasformazioni concrete, come il Triangolo Culturale del Cilento, il Paese degli Aforismi, il Paese della Poesia o la Piramide Culturale. E poi anche su tecniche artistiche nuove che mettono al centro l’empatia come il Correlativo empatico ad esempio (ma che potrebbero anche essere tecniche innovative che non rimandano a concetti empatici…).
Ciò che voglio dire è che il Movimento Empatico deve stare attento a non lasciarsi troppo trasportare dal suo cuore empatico perché in realtà lo stesso movimento non ha bisogno di definizioni rigide o di un nome per esistere. Esiste nelle azioni, nelle opere, nei dialoghi. Che l’artista coincida con un animo empatico non è propriamente una scoperta, ma una presa di coscienza.
L’invito ad essere empatici è un invito al mondo a coltivare il proprio animo per elevarlo, ma il Movimento sarebbe tale e avrebbe le stesse convinzioni intorno all’empatia o sugli altri concetti espressi anche se si chiamasse semplicemente “movimento”.

