Di Maria Cuono 
In un’epoca dominata dall’efficienza e dal raggiungimento di obiettivi numerici, il mondo della scuola sembra aver smarrito una componente vitale: l’empatia verso gli adulti e, di riflesso, verso gli studenti. Spesso ci si trincera dietro un rigore formale che, pur nascendo dall’intento di educare, finisce per inaridire i rapporti umani, trasformando l’istituzione scolastica in un ambiente asettico e privo di calore. 
Questo eccesso di rigidità non si limita a influenzare il clima tra colleghi, ma finisce inevitabilmente per “inquinare” le nuove generazioni. I giovani di oggi vivono in un contesto sociale fragile e, laddove le famiglie non riescono più a garantire punti di riferimento costanti, è proprio alla scuola che guardano in cerca di una guida. Se l’istituzione risponde solo con il rigore fine a se stesso, rischia di creare un vuoto emotivo incolmabile. La mia non vuole essere una critica distruttiva, bensì un invito accorato a cambiare rotta: abbiamo il dovere di infondere fiducia nei ragazzi, perché sono loro a rappresentare il nostro futuro.
Educare non significa semplicemente trasmettere nozioni o imporre disciplina, ma saper ascoltare e accogliere le fragilità altrui con intelligenza emotiva. Solo attraverso una scuola capace di connettersi umanamente con le persone potremo restituire ai giovani quella bussola di cui hanno disperatamente bisogno per orientarsi nel mondo. Dobbiamo tornare a mettere il cuore al centro dell’insegnamento, convinti che un gesto di comprensione possa formare un cittadino consapevole molto più di una fredda sanzione.

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