La poesia è moribonda.
E nessuno si dispera.
Non so se possiamo ancora salvarla.

Caro M.,
leggendo alcune raccolte di “poesie” che, grazie a te, grandi editori promuovono, mi sono trovato davanti a un buffet di piatti riscaldati. Ogni metafora già vista, ogni emozione già consumata, ogni parola già stanca. Qui non c’è poesia: c’è un simulacro, un finto sentimento confezionato per sembrare intenso, senza esserlo.
Eppure tu l’hai promossa…

I versi non evolvono. Piagnistei uniformi, adolescenti nel tentativo di emozionare. Non c’è tensione. Non c’è sorpresa. Non c’è contrasto. Il lettore non viene guidato, non viene scosso, non viene colto di sorpresa: rimane intrappolato in un monotono ecosistema di banalità.
Eppure tu l’hai promossa…

Il ritmo è immobile. La musicalità inesistente. Ogni verso pesa uguale all’altro, come pietre cadute a caso e quelle che si distinguono lo sono per volgarità che niente avrebbero a che fare con la poesia, anzi ne sono la negazione più evidente e orribile. 
Eppure tu l’ha promossa…

Anche la poesia libera, che dovrebbe respirare, vibrare, sorprendere, resta piatta: nessun lampo, nessuna pausa che faccia battere il cuore, nessun bagliore di linguaggio che illumini la mente.
Eppure tu l’hai promossa…

E così, la poesia muore sotto i nostri occhi. Non perché i poeti siano incapaci, ma perché il sistema premia l’amico, il prevedibile, l’inautentico. E il già visto diventa commerciabile.

La poesia potrà sopravvivere solo se tornerà ad essere pericolosa. Se tornerà imprevedibile. Se tornerà viva. Senza originalità, senza precisione linguistica, senza evoluzione, il verso resta un fantasma: fa rumore, sì, ma non lascia traccia. E questo rumore – mascherato da Arte – ci annoia. Ci lascia vuoti. E ci ricorda quanto abbiamo dato alla poesia.
Da quando, amico mio ingannatore, ti sei convertito totalmente al Narcisismo?

Ti saluto da questa isola verde e ti ricordo che la storia non perdona.

M.

P.S. Hai avuto l’occasione di scrivere la storia della poesia, ma l’hai sprecata. Avresti potuto sollevare il talento, accendere la grandezza, illuminare le menti con l’audacia dei veri creatori… e invece hai scelto la mediocrità.
Temevi la luce altrui, l’ombra che avrebbe potuto oscurare la tua, e così hai soffocato ogni scintilla, coprendo l’eccellenza con la nebbia della tua paura.
Ma la legge dell’arte è eterna e inflessibile: chi lotta ossessivamente contro il talento, chi lo teme, chi lo reprime per preservare la propria vanità… alla fine è condannato sotto ogni punto di vista.
E così, nel tentativo di dominare, sei diventato prigioniero della tua stessa meschinità.

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