Alessandra Hropich
Da anni, come esperta di sentimenti e dinamiche di coppia, ascolto e analizzo storie d’amore che finiscono male. Migliaia di relazioni passate al setaccio, una dopo l’altra. E una domanda continua a tornarmi in mente: perché, quando c’è un tradimento, il colpevole è sempre uno solo? E soprattutto, perché la riflessione arriva sempre dopo la condanna, ammesso che arrivi?
Viviamo in un’epoca in cui l’indignazione è diventata una scorciatoia morale. Basta un tradimento, una lite, un fatto di cronaca, e parte il coro: “Buttate la chiave!”. Fine del ragionamento. Nessuno vuole sapere cosa c’era prima, cosa non ha funzionato, quali silenzi hanno scavato il vuoto. L’importante è trovare un colpevole e crocifiggerlo in pubblico.
Lo stesso schema si ripete nelle separazioni. Avvocati raccontano di donne che entrano in studio con una sentenza già scritta: “Mi ha tradito, voglio l’addebito e lo voglio rovinato”. Non si chiede giustizia, si chiede vendetta. Non interessa capire perché una relazione è morta, ma solo chi deve pagare il conto.
Eppure, la maggior parte dei tradimenti non nasce dal nulla. Nasce da anni di rifiuti, di distanza, di letti freddi e di parole non dette. Nasce quando, dopo la nascita di un figlio, la coppia smette di esistere e resta solo una squadra di genitori. Il sesso sparisce, il desiderio diventa un optional, l’uomo viene promosso a bancomat emotivo e degradato a ingranaggio domestico. Ma guai a dirlo.
Quando lui smette di essere visto come uomo e diventa solo “quello che deve”, il tradimento non arriva come un fulmine a ciel sereno: è una conseguenza. Scomoda, certo. Ma reale. Fingere che non sia così è un’ipocrisia comoda.
Le corna non sono sempre colpa di lui. A volte arrivano quando lei si disinteressa del marito, quando smette di guardarlo, di desiderarlo, di ascoltarlo. Quando finge di non capire che un uomo non vive solo di responsabilità, ma anche di riconoscimento, intimità e desiderio. Le donne sono spesso straordinarie cacciatrici, ma pessime manutentrici del rapporto: una volta conquistata la preda, la relazione viene data per scontata.
Poi arriva l’amante. E allora la moglie riscopre improvvisamente il ruolo di vittima, affila le armi e pianifica la distruzione: economica, legale, morale. Nessun mea culpa. Nessuna domanda scomoda. Solo la certezza granitica di avere ragione.
Sia chiaro: il tradimento non è mai una medaglia al valore. Ma non è nemmeno una colpa a senso unico. È un sintomo. E come ogni sintomo, andrebbe ascoltato prima di essere punito. Continuare a ignorare le cause, a criminalizzare senza capire, significa una sola cosa: condannare altre coppie a ripetere lo stesso copione, con attori diversi e lo stesso finale.
La vera domanda, allora, non è chi ha tradito, ma chi ha smesso per primo di prendersi davvero cura del partner.
Questo è solo uno degli aspetti che affronto nel mio ultimo libro “La doppia vita (segreta) dei vip e non solo”, dove racconto ciò che spesso non si ha il coraggio di dire sulle relazioni, sul potere, sul desiderio e sulle grandi ipocrisie dell’ amore moderno.
Alessandra Hropich
foto istagram
