53 anni dopo “I limiti della crescita”
C’è una ricorrenza che è stata pressoché ignorata dai media e dalla grande
stampa: cinquantatré anni fa il Club di Roma pubblicava il suo primo
rapporto “The Limits to Growth” (I limiti della crescita o dello sviluppo, che
dir si voglia), che viene considerato una pietra miliare dell’ambientalismo.
“I limiti dello sviluppo” fu realizzato da un gruppo di giovani studiosi coordinati
dai coniugi Meadows del MIT (Massachussets Institute of Tecnology), su
incarico di un imprenditore italiano di larghe vedute, Aurelio Peccei per il Club
di Roma .
Scritto con un linguaggio scientifico, il rapporto considerava cinque variabili: il
consumo di risorse naturali, la crescita della popolazione, l’alimentazione,
l’inquinamento e la produzione industriale, tutte tra loro interdipendenti.
Prendendo in esame queste variabili si prospettavano una serie di scenari
con i relativi risultati e si constatava che «nell’ipotesi che l’attuale linea di
sviluppo continui inalterata nei cinque settori fondamentali (…) l’umanità è
destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo entro i prossimi cento
anni. Il risultato sarà un improvviso, incontrollabile declino del livello di
popolazione e del sistema industriale».
Il punto fondamentale che il rapporto metteva in risalto è che la logica della
crescita economica fa a pugni con un mondo finito. Per i ricercatori era ed è
possibile modificare questa linea di sviluppo solo puntando su una società
che riduca al minimo i consumi di risorse e il suo tasso di sviluppo (sia
economico che demografico), realizzando quella che allora veniva chiamata
“crescita zero”. In buona sostanza, i ricercatori ci avvertivano che l’umanità
stava incamminandosi verso un punto di non ritorno, oltre il quale c’è solo
una catastrofe planetaria. Gli autori dimostravano, con l’ausilio di modelli
matematici, che nei primi decenni del XXI secolo l’incremento della
popolazione umana, l’industrializzazione sempre più marcata, lo sfruttamento
sempre più intensivo di risorse naturali e l’aumento dell’inquinamento
avrebbero portato a superare largamente la capacità di rigenerazione del
pianeta.
Il rapporto ebbe allora grande risonanza, ma fu anche oggetto di critiche
pregiudiziali e malevole: si lasciò intendere, da parte di scienziati e circoli
legati all’industria, che il vero scopo del Club di Roma fosse quello di
cavalcare la crisi ambientale «per giustificare la centralizzazione del potere,
la soppressione dello sviluppo industriale sia in Occidente che nel Terzo
Mondo ed il controllo della popolazione mediante l’eugenetica». Di contro
riconoscevano la validità delle sue tesi i movimenti ambientalisti, gli scienziati
indipendenti con qualche sfumatura (come Giorgio Nebbia) ed i filosofi
dell’ecologia profonda.
Oggi, a 53 anni dal rapporto del MIT, i problemi posti allora si sono aggravati,
malgrado l’invenzione di tecnologie meno invasive e più efficienti. Anzi, alle
cinque variabili fondamentali allora indicate se n’è aggiunta un’altra all’epoca
non considerata: quella dei mutamenti climatici, che ci induce ancora di più a
paventare il rischio, se non d’una estinzione della specie umana, certamente
d’una sua sopravvivenza sempre più precaria e poco dignitosa.
Sandro Marano
Immagine della rubrica ecoculturale L’isola di Gary, con logo e scritta eco cultura.
Ruoli della rubrica
Rubrica “L’Isola di Gary – EcoCultura” a cura di: Maria Pia Latorre eSandro Marano
Testo:Sandro Marano
Coordinamento editoriale: Marilù Murra
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