Commento critico di Mauro Montacchiesi al testo poetico di Maria Teresa Infante La Marca
Extrema ratio
Quando ci cercherete e non ci troverete
non dimenticate di essere stati voi
a riaprire le camere a gas
scavando fosse comuni a due mani
scrivendo versi che non vi appartengono.
Non ci saranno fumi dai camini
mentre bevete gin cantando Let it Be
non ci sarà sapone a basso costo
perché disinfettarsi costa troppo
ma non per questo sarete assolti
quando passeggerete a Trinità dei Monti
ma non per questo saremo morti
se resteremo in via della Misericordia.
La morte ha mille facce, tutte somiglianti
il reo ha mille volti, tutti differenti
ma non per questo siamo ancora persi.
Maria Teresa Infante La Marca
da “Extrema ratio”, Genesi Editrice, 2021
Critica al testo “Extrema ratio”
“Extrema ratio” è una poesia che non chiede permesso. Accusa. Interroga. Inchioda.
Siamo di fronte a un testo che assume consapevolmente la forma della testimonianza morale, collocandosi in quella zona in cui la poesia non è più soltanto parola, ma atto di responsabilità.
Qui il verso non consola, non sublima: ricorda, denuncia, restituisce colpa.
L’incipit è immediato e irrevocabile: “Quando ci cercherete e non ci troverete”.
Non è un futuro ipotetico, ma un futuro già avvenuto, una profezia rovesciata che agisce per sottrazione. I soggetti evocati (“ci”) non sono soltanto le vittime storiche della Shoah o di ogni genocidio, ma tutti coloro che sono stati espulsi dal racconto ufficiale. Il testo si fonda su un tu collettivo implicito, scomodo, chiamato a rispondere.
Il cuore del poema pulsa in un’accusa lucidissima:
“non dimenticate di essere stati voi / a riaprire le camere a gas”.
Qui la poesia compie un gesto radicale: nega l’alibi del passato. Le camere a gas non sono soltanto un evento storico concluso, ma una metafora attiva della responsabilità contemporanea, riaperte ogni volta che si falsifica la parola, che si scavano “fosse comuni a due mani”, che si “scrivono versi che non vi appartengono”. Quest’ultimo passaggio è di una violenza etica straordinaria: la appropriazione indebita della poesia viene messa sullo stesso piano della profanazione storica. Scrivere versi senza diritto diventa un atto di violenza simbolica.
La sezione centrale del testo gioca su un contrasto devastante:
“mentre bevete gin cantando Let it Be”.
La quotidianità leggera, la cultura pop, il benessere occidentale sono accostati senza mediazioni all’orrore rimosso. Non c’è bisogno di camini fumanti né di “sapone a basso costo”: la modernità ha raffinato i suoi strumenti di rimozione. Il male, qui, non è più spettacolare: è igienizzato, normalizzato, assolto per distrazione.
Straordinaria la scelta topografica: Trinità dei Monti e via della Misericordia.
Roma diventa spazio simbolico, teatro del giudizio. La bellezza, il turismo, la sacralità nominale non garantiscono innocenza. Anzi: proprio mentre si passeggia tra i luoghi iconici, il crimine persiste. E il verso-capovolgimento è definitivo:
“ma non per questo saremo morti / se resteremo in via della Misericordia”.
La poesia fa qui resistenza etica: la sopravvivenza è morale, non biologica. Stare nella “misericordia” non vuol dire perdonare ma non interscitur, restare separati, vigili.
La fine del testo è una lezione di filosofia morale in tre versi: “la morte ha mille facce, tutte uguali / il reo ha mille volti, tutti diversi / eppure non siamo ancora persi.”.
La morte è seriale, riproducibile; la colpa è diffusa, cangiante, anonima. E tuttavia – ed è qui la grandezza del testo – non tutto è perduto. La poesia conserva una fessura di senso: finché si è capaci di nominare, di denunciare, di non assolversi, la parola resta un’ultima ratio.
Dal punto di vista stilistico, il testo è essenziale, controllato, privo di retorica ornamentale.
Ogni verso pesa. Ogni riferimento culturale è calibrato. Non c’è lirismo consolatorio, ma una sobrietà tragica che richiama la migliore tradizione della poesia civile europea del Novecento.
In conclusione, Extrema ratio è una poesia necessaria. Non perché piaccia, ma perché serve.
È un testo che non offre rifugio, ma chiede posizione. E in tempi di memoria addomesticata e di parole inflazionate, questa è – davvero – una forma alta di resistenza poetica.
Note biografiche:
Maria Teresa Infante La Marca:
Poesia, narrativa, saggistica, editoria, collaborazioni giornalistiche, attivismo interculturale
- Nomination Zayed Award for Human Fraternity, Emirati Arabi, 2025
- Cofondatrice e Presidente onorario di WikiPoesia
- Cofondatrice e Accademica onoraria di Accademie nazionali e estere (Romania, Grecia, Serbia)
- Fondatrice e presidente del Premio di Letteratura e Arti visive “Ciò che Caino non sa” contro la violenza di genere e i crimini verso i minori, inserito nel Dipartimento “Solidarietà e Promozione Sociale”, di cui è direttrice, a cura dell’Accademia delle Arti e delle Scienze filosofiche di Bari di cui è cofondatrice.
- Premi alla Carriera, alla Cultura e “Alti Riconoscimenti” per la Poesia e la Letteratura.
- Vincitrice di molti concorsi di poesia, narrativa, giornalismo, anche all’estero.
- Direttivo di “Foundation for World Peace – Peace, Freedom and Human Rights” assegnatario dei Riconoscimenti Nelson Mandela, M. Luther King, Mahatma Gandhi
- Ha pubblicato 26 libri.
