È recessione o cattiva gestione? è una domanda che in Italia ritorna ciclicamente ma forse la risposta più onesta è che siano entrambe e che nel mezzo ci sia un fattore culturale profondo spesso ignorato, il nostro rapporto quasi emotivo con il Made in Italy, che da valore distintivo, si è progressivamente trasformato in vincolo psicologico.
L’Italia non difende solo un sistema produttivo difende una narrazione, fatta di qualità tradizione, artigianalità, eccellenza, tutti elementi reali ma che quando diventano dogma, smettono di essere una forza e iniziano a bloccare l’evoluzione economica. Il Made in Italy oggi non è solo un marchio è una mentalità collettiva, l’idea che ciò che non è prodotto sul territorio, sia per definizione inferiore, che delocalizzare significhi tradire, che cambiare modello produttivo voglia dire perdere identità, questa fedeltà emotiva ha protetto per anni competenze e filiere, ma nel contesto globale attuale rischia di trasformarsi in immobilismo strategico.
Molte imprese italiane rimangono piccole non per mancanza di talento ma per scelta o paura, producono qualità elevatissima, ma non scalabile, con costi alti, margini ridotti e scarsa capacità di competere con sistemi che hanno saputo unire qualità, flessibilità e velocità. Uno degli errori più diffusi è aver confuso la qualità con l’assenza di cambiamento come se innovare processi logistica o commercio significasse automaticamente abbassare il livello, mentre in realtà la qualità non muore quando evolve, muore quando diventa autoreferenziale. Altri Paesi hanno mantenuto il controllo creativo e strategico ripensando però filiere e modelli industriali, l’Italia invece spesso ha scelto di non scegliere, rifugiandosi nella retorica della resistenza e questo atteggiamento mascherato da patriottismo economico, è in molti casi paura del confronto, paura di perdere identità, paura di scoprire che il mercato non premia più solo l’eccellenza, ma anche l’adattabilità.
Il risultato è una lenta perdita di competitività che non avviene per crollo ma per erosione, fino a essere progressivamente tagliati fuori, a quel punto resta il turismo celebrato come ancora di salvezza.
Ma un Paese industriale non può vivere solo di turismo? Il turismo è stagionale fragile dipendente da fattori esterni e incapace di sostenere innovazione, occupazione, qualificata e crescita di lungo periodo, ridurre l’Italia a un museo a cielo aperto significa rinunciare alla capacità di creare, progettare, esportare valore reale. La soluzione non è abbandonare il Made in Italy, ma liberarlo dalla sua versione ideologica renderlo meno nostalgico e più strategico, meno difensivo e più aperto, perché l’identità non si perde cambiando, si perde restando fermi e il vero tradimento non è sperimentare nuovi modelli ma accettare l’irrilevanza, convinti di essere ancora centrali, mentre il mondo ha già cambiato direzione.
Prof. Ing. Ec. Angelo Sinisi – Romania
