di Tiziana Fiori

Dal veneziano nisioeto, ovvero”piccolo lenzuolo”, il termine designa  le iconiche indicazioni stradali che punteggiano i muri di Venezia. 

 Le tipiche “insegne bianche”, infatti, ricordano dei piccoli lenzuoli bianchi stesi sulle facciate degli edifici.

Di peculiare hanno che non sono semplici cartelli, ma veri e propri affreschi realizzati a mano libera direttamente sull’intonaco dei palazzi.

Appaiono composti da un rettangolo di intonaco bianco, bordato da una cornice nera sottile, con all’interno il nome della calle o del campo scritto in caratteri veneziani.

 Oltre ai nomi delle strade, alcuni nizioleti servono come guida direzionale (ad esempio verso “Piazza San Marco” o “Piazzale Roma”). In questi casi, le scritte e le frecce sono spesso di colore rosso scuro anziché nero. 

La storia di queste insegne è legata alla peculiare toponomastica veneziana: i nomi scritti sui nizioleti riflettono spesso antichi mestieri, leggende o caratteristiche fisiche dei luoghi (come la Calle dei Miracoli o il Sotoportego dei Bombardieri). Sulla targa è riportato in veneziano italianizzato il nome della strada, del ponte, del rio su cui si affacciano. In alcuni casi è scritto anche il nome del sestiere o della parrocchia d’appartenenza.

L’uso dei nizioleti risale all’epoca della dominazione austriaca. Prima, in epoca repubblicana, non c’erano denominazioni stradali e le calli e i campi prendevano il nome dalla presenza di una famiglia rilevante o di un’attività commerciale.

 Anche la numerazione degli edifici è realizzata nello stile dei nizioleti, i numeri sono dipinti di colore rosso su sfondo bianco. Non più conteggiata strada per strada, la numerazione si sviluppa dunque in otto grandi progressioni: sei per ciascun Sestiere, più l’isola della Giudecca e l’Isola di Sant’Elena. Ciò comporta il superamento nei sestieri più piccoli di quota duemila e in quelli più grandi di quota seimila (2344 per Santa Croce, 3140 San Polo, 3960 per Dorsoduro, 5554 per San Marco, 6294 per Cannaregio, 6827 per Castello).

Esistono inoltre dei riquadri bianchi nella pavimentazione di Piazza San Marco che risalgono al XVII secolo (uno riporta la data 1625); venivano usati per delimitare gli spazi riservati alle Corporazioni delle Arti e dei Mestieri (come calzolai o venditori di vestiti usati) durante le fiere storiche. 

Dietro ad ogni nizioleto si nasconde una vera e propria realtà culturale e storica della città lagunare.

Un esempio singolare ed esplicativo è rappresentato da quello indicante “PONTE DELLE TETTE”

Nel Sestiere di San Polo, a Venezia, esiste un ponte dal nome tanto curioso quanto famoso: il Ponte de le Tette.
Un nome che non è affatto casuale e che racconta uno dei capitoli più singolari – e meno conosciuti – della storia della Serenissima.

Il ponte si trova nel cuore di San Cassiano, una zona che, ai tempi della Repubblica di Venezia, era considerata un vero e proprio quartiere a luci rosse. Qui, le prostitute erano solite affacciarsi alle finestre per attirare i passanti… spesso mostrando il seno. Una delle case di tolleranza più famose si trovava proprio sopra il Ponte de le Tette. Secondo la tradizione, l’usanza di esibire i seni scoperti non era solo una scelta personale, ma una vera e propria imposizione governativa.

  Lo scopo?

“Distogliere con siffatto incentivo gli uomini dal peccare contro natura.”

Sì, perché tra il XV e il XVI secolo l’omosessualità a Venezia era considerata un problema di Stato. La Serenissima, influenzata dal continuo afflusso di mercanti e culture diverse, avviò una sorta di campagna morale per difendere quella che riteneva la “corretta” condotta eterosessuale.

  Il mestiere più antico del mondo non solo era tollerato, ma attivamente incoraggiato.  

. Da Ca’ Rampani alle “carampane”

La storia affonda le radici nel 1319, anno in cui morì l’ultimo discendente della ricca famiglia Rampani, senza eredi né testamento. I beni della famiglia passarono così alla Serenissima.Tra questi beni vi erano alcuni edifici a San Cassiano che, nel 1421, il Governo veneziano decise di destinare ufficialmente a case chiuse, nel tentativo di controllare l’altissimo numero di prostitute presenti in città.

Da Ca’ Rampani, nome della dimora della famiglia, nacque il termine “carampane”, utilizzato per indicare le meretrici.

 “Carampana”: da mestiere a insulto

Oggi il termine “carampana” indica una donna anziana brutta, sguaita e allampanata, ma pochi sanno che l’origine è storica.

All’epoca, le prostitute:

  • indossavano parrucche color rosso veneziano
  • portavano i calcagnini o chopine, zoccoli con zeppa altissima (anche mezzo metro!)

Nel Settecento, secolo più disinibito e orientato al turismo, le prostitute giovani tornarono a esercitare nel centro di Venezia.
Ca’ Rampani rimasero invece le più anziane, relegate quasi come in un ospizio, autorizzate a lavorare solo a prezzi bassissimi e con il divieto assoluto di affacciarsi o uscire, perché ritenute “sgradevoli alla vista”.

Oggi il Ponte de le Tette è un luogo silenzioso e affascinante, ma passeggiando da queste parti è impossibile non immaginare la Venezia scandalosa, pragmatica e contraddittoria che fu

Tiziana Fiori

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