Dalla memoria collettiva alle strategie politiche contemporanee

Nella memoria di chi ha vissuto le grandi battaglie sindacali e le marce per la pace, i cortei sono sempre stati fiumi di persone: numeri che oscillano tra le stime della questura e quelle, spesso più generose, degli organizzatori. Si parla di cinquecentomila, non centomila, per sottolineare la forza e la partecipazione popolare di questi eventi. Ma cosa accade quando, all’interno di queste manifestazioni, si inseriscono i violenti? E come viene gestita questa componente dalle istituzioni e dalla narrazione politica?

In passato, il movimento operaio aveva un proprio servizio d’ordine che impediva ai violenti di infiltrarsi nei cortei. Era un modo per proteggere la natura pacifica delle manifestazioni e per preservarne l’integrità agli occhi dell’opinione pubblica. Tuttavia, episodi recenti, come il caos scoppiato a Torino, mostrano che spesso la violenza emerge a manifestazione finita, ad opera di gruppi minoritari che si staccano dal corteo principale. Parliamo, ad esempio, di un migliaio di persone su cinquantamila partecipanti: lo 0,5%. Eppure, questa piccola percentuale finisce per monopolizzare l’attenzione dei media e della politica, diventando il pretesto per una narrazione distorta.

La semplificazione politica e il ruolo dei media

La destra al governo, attraverso una semplificazione che potremmo definire “golosa”, tende spesso ad assimilare tutta la manifestazione a quella piccola frangia violenta, attribuendo la responsabilità all’opposizione o alla sinistra in generale. In tutti i regimi, storicamente, l’attacco all’opposizione è il preludio a svolte autoritarie. Bastano attacchi ripetuti quotidianamente dalla presidente del Consiglio e dai ministri: ogni dichiarazione è intrisa di riferimenti polemici, come “non come vorrebbe la sinistra”, che contribuiscono ad alimentare la polarizzazione.

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Non manca, nel panorama politico attuale, un certo emulare stili d’oltreoceano, dove il Ticon della Casa Bianca invia milizie o forze speciali negli Stati governati dall’opposizione. La “stretta democratica” proposta dal Governo, dopo i fatti di Torino, sembra muoversi in questa direzione: invece di valorizzare le immagini della maggioranza pacifica, si punta l’attenzione solo sugli episodi di violenza e si giustifica così l’adozione di misure restrittive, come decreti di sicurezza che rischiano di trasformare la democrazia in uno “stato di polizia”.

In una normale democrazia, di fronte a episodi di violenza minoritaria, il richiamo dovrebbe essere rivolto alla stragrande maggioranza pacifica affinché isoli e condanni i violenti. Così si ribadisce il valore del dissenso civile e della partecipazione democratica. Invece, troppo spesso si assiste a un rafforzamento delle misure repressive, che finiscono per colpire tutti in modo indiscriminato.

Poi ci sarebbe da indagare su chi sono questi giovani violenti e quale disagio nascondono. Questo in un paese normale, dove chi governa dovrebbe comportarsi da madre di famiglia.

È fondamentale, dunque, distinguere tra la legittima espressione del dissenso e i comportamenti violenti di pochi. Solo così si può tutelare la democrazia, evitando che le paure alimentate ad arte diventino il pretesto per restringere spazi di libertà che sono costati decenni di lotte e sacrifici.

No, davvero questo non ce lo meritiamo!

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