Sul palco del San Carlo di Napoli la discutibile rappresentazione del Nabucco di Verdi. Opera rappresentata per la prima volta alla Scala nel 1842
E’ calato il sipario del San Carlo di Napoli sulla rappresentazione del Nabucco. Opera che consacrò un Verdi, ancor giovane e musicalmente immaturo, nell’Olimpo dei compositori, grazie al successo di un pubblico, pervaso da quell’ideale risorgimentale che trovò in questo melodramma la voce del suo anelito alla libertà.
E, se il terribile clima censorio del dominio asburgico reprimeva le aspirazioni e le istanze degli italiani, in quel tormentato 1842, Verdi con il Nabucco seppe dare identità ad un popolo oppresso, rendendolo protagonista. Del tempo, dell’azione, della lotta.
foto di Bruno Mataccchieri
Il Nabucco del San Carlo
Queste, in sintesi, le motivazioni che possono aver indotto il regista di questa messa in scena del Nabucco verdiano a dare vaghi e non ben definiti riferimenti a quell’Italia ottocentesca pervasa da ideali romantici e, ad un tempo, risorgimentali.
Ma il tentativo di Andreas Homoki, astro nascente della regia, affiancato dallo scenografo Wolfgang Gussmann, è fallito miseramente in un vuoto scenico che ha generato solo una gran confusione di tempi, spazi, ruoli e, conseguentemente, personaggi.
Né sono valsi all’identificazione dei protagonisti di quest’opera, già di per sé complessa, i costumi, frutto della collaborazione di Gusmann e di Susana Mendoza.
Nabucco con un’entrata in scena in sordina, di certo non adeguata al suo rango di re, ma in tenuta militare, si è confuso con vari altri personaggi e solo con sforzi notevoli e, grazie a vocalità prorompenti, si è compreso che nella folla del coro vi fossero anche Zaccaria ed altri protagonisti di una vicenda, che avrebbe dovuto avere un tessuto narrativo biblico, ma che in realtà è risultata incomprensibile.
Innovazioni e forzature
Tutto vago, indefinito. E ciò in ragione di un vuoto scenico in cui l’elemento portante è stato un muro mobile dalle venature marmoree di colore verde.
Indubbiamente un colore rilassante, ma che non ha sollecitato, anche nelle argomentazioni esplicative dei tanti pseudo intellettuali che affollano le platee dei nostri giorni, motivazioni valide, se non forzature basate su un simbolismo che non trova riscontro nella realtà.
E’ mancata, dunque, l’ambientazione scenica che, nelle intenzioni del regista, avrebbe dovuto essere ottocentesca. Sono mancate le coordinate politiche, sociali che avrebbero potuto portare, specie i neofiti, alla comprensione del luogo e del tempo dell’azione.
In questo non-luogo l’unico elemento che ha suggerito il tempo dell’azione è stato il romantico abbigliamento femminile, caratterizzato da un monocromatismo rigorosamente blu, decisamente omologante.
Le ombre del Nabucco del San Carlo di Napoli
Importato al San Carlo di Napoli dall’Opernhaus Zurich, questo allestimento scenico, già contestato all’estero, ha mostrato così tutti i suoi limiti, le sue lacune.
Non sono piaciuti gli elementi innovatori della regia. Inaccettabile infatti la violazione commessa del valore e della funzione dell’overture dell’opera, che ha fatto confluire l’attenzione del pubblico su un sipario aperto su due bimbe, debitamente vestite secondo i canoni ottocenteschi, chine sul supposto genitore (non meglio identificato) sdraiato per terra.
Né tanto meno i numerosi stravolgimenti del libretto di Solera hanno convinto i conoscitori dell’opera, E quando l’epilogo, soprattutto musicale, è stato interrotto dal fragore stridulo di pistolettate si è toccato il vertice del cattivo gusto.
Le luci
Nel deserto scenico in cui troneggiava questo muro verde che avrebbe dovuto rappresentare, di volta in volta, la prigione, il tempio, la reggia, gli interpreti si sono mossi eroicamente dando spessore a questo allestimento discutibilissimo.
Perfetto nel suo ruolo, con una vocalità potente e ad un tempo misurata, Ludovic Tézier, che ha dato vigore e spessore al suo Nabucco, calandosi sia nella psicologia del personaggio che nelle diverse situazioni della narrazione vocale.
Convincente, malgrado la sua vocalità belcantistica, Marina Rebeka che, in possesso di grande e collaudata tecnica, ha piegato la sua Abigaille alle proprie potenzialità canore. Non dotata infatti di una voce scura e imperiosa, la Rebeka è riuscita comunque a non gonfiare eccessivamente il suono. Ma questo limite è emerso in maniera evidente nelle discese verso il greve.
Bravissimo invece Michele Pertusi, nei panni di Zaccaria. Conoscitore dello stile verdiano, con la sua voce ha dato infatti grande rilievo al ruolo del suo personaggio
Inoltre, se ineccepibile è stata la prova di Piero Pretti, nei panni di Ismaele, non si può dire lo stesso di Cassandre Berthon, una Fenena poco convincente dal punto di vista vocale.
Decisamente valida invece la prova del coro, diretto da Fabrizio Cassi e vero protagonista del Nabucco che, nell’interpretazione del ‘Va Pensiero’, ha trascinato la platea in una vera ovazione.
Ma il trionfatore assoluto è stato Riccardo Frizza che, con la sua direzione ineccepibile, è riuscito a dare colore alla musica del Verdi giovanile, ancora legato alla tradizione belcantistica, ma già in possesso di quelle caratteristiche che sarebbero state il quid del suo percorso futuro.
Connclusioni
Un plauso dunque agli interpreti che hanno comunque fatto vivere l’intensità emotiva di un’opera non facile ed al coro, che ha dato voce alle istanze di un popolo oppresso, ma soprattutto a Riccardo Frizza che, dal suo podio, ha reso protagonista la musica, malgrado l’infelice allestimento scenico.
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