Non è una riforma contro la Costituzione, ma per la Costituzione. E non è un referendum contro qualcuno, ma a favore della giustizia.
Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è stato rapidamente trasformato, da una parte della sinistra politica e sindacale, in una battaglia ideologica e in una consultazione dichiaratamente anti-Meloni. È un errore grave, perché così si evita il confronto sul merito di una riforma che riguarda l’equilibrio dei poteri e la qualità della nostra democrazia.
Uno degli argomenti più usati contro il SÌ è che la separazione esisterebbe già. Non è vero. Oggi l’ordinamento prevede solo la separazione delle funzioni, che consente al magistrato di passare, nel corso della carriera, dalla funzione requirente a quella giudicante. La separazione delle carriere è tutt’altra cosa: significa percorsi professionali distinti, ruoli distinti, organi di autogoverno distinti. Confondere volutamente le due nozioni è un’operazione propagandistica che non aiuta la chiarezza né il dibattito pubblico.
La separazione delle carriere non distorce la Costituzione, ma ne rappresenta la naturale evoluzione. Il principio del giudice terzo e imparziale, sancito dall’articolo 111, non può poggiare soltanto sulla correttezza individuale dei magistrati. È una garanzia che deve essere anche ordinamentale. In tutti i principali ordinamenti liberali l’accusatore e il giudice appartengono a carriere diverse. L’anomalia, semmai, è italiana.
La vera distorsione costituzionale, di cui si parla troppo poco, è un’altra: il potere delle correnti ideologiche nella magistratura. Un sistema che nel tempo ha trasformato l’autogoverno in un terreno di spartizione, condizionando nomine e carriere e minando la credibilità della giurisdizione. Qui sì che si è consumata una deriva incompatibile con lo spirito della Costituzione.
Per questo è necessario intervenire con decisione, senza se e senza ma, anche attraverso strumenti come il sorteggio nella composizione degli organi di governo della magistratura. Il sorteggio non è una punizione, ma una misura di igiene istituzionale per spezzare il monopolio delle correnti e restituire autonomia e autorevolezza alla funzione giudiziaria.
Non è vero, infine, che il SÌ sia una bandiera della destra. Una parte ampia e autorevole della sinistra liberale, riformista e illuminata sostiene da anni la separazione delle carriere come riforma di civiltà giuridica. È una sinistra che rifiuta i diktat ideologici e non accetta di piegare la giustizia alla contesa politica del momento.
Questo referendum non chiede di scegliere un leader o un governo. Chiede di scegliere se vogliamo una giustizia più credibile, un giudice davvero terzo e una magistratura finalmente libera dal dominio delle correnti. Per queste ragioni, votare SÌ è una scelta di responsabilità istituzionale.
