Si sa ad inizio anno è tempo di previsioni e di auspici per l’anno che è iniziato. In Italia si discute molto di crescita, dopo le buone notizie sul fronte della produzione industriale tornata a crescere dopo mesi di cali, e soprattutto in termini di Pil che è cresciuto più delle stime dello stesso governo. La disoccupazione è ai minimi storici. e per finire in bellezza ecco Venerdi scorso arrivare, forse un pò a sorpresa l’ennesima promozione da parte di un agenzia di rating ( S&P che ha alzato l’ outlook da stabile a positivo).
Detto questo un report appena pubblicato da Unimpresa, prevede per il Pil nel 2026 una crescita del Pil che potrebbe arrivare a superare anche l’1%, grazia al trascinamento dello 0.3% del 2025.
Su questa base, il Centro studi di Unimpresa stima quindi tre scenari per l’andamento del pil nel prossimo anno.
Lo scenario favorevole prevede una crescita compresa tra +1,0% e +1,1%, sostenuta da un rafforzamento degli investimenti non residenziali, dalla diffusione della stabilizzazione del ciclo industriale e da un contributo estero meno negativo.
Lo scenario base indica una crescita intorno a +0,8%, trainata dalla domanda interna, dalla tenuta dell’occupazione e dall’accelerazione dei servizi.
Lo scenario più prudente colloca la crescita a +0,6%, nel caso in cui gli investimenti restino moderati e il commercio estero continui a sottrarre crescita.
” La crescita risulta sostenuta soprattutto dalla domanda interna, con un ruolo centrale degli investimenti non residenziali e un contributo positivo di industria e costruzioni, in linea con i segnali di stabilizzazione del ciclo produttivo. Un ulteriore fattore di supporto è il mercato del lavoro, caratterizzato da una riduzione significativa dei contratti a termine e da un ampliamento della base dei lavoratori dipendenti, che rafforza la stabilità dei redditi e la tenuta dei consumi. Positivi anche i segnali dalle indagini di fiducia a inizio 2026, con un recupero del manifatturiero e una marcata accelerazione nei servizi.” si legge nel report.
Mertre sul fronte occupazione i dati continuano a premiare le politiche attive adottate dal governo in questi tre anni.
Tra il 2022 e il 2025 il numero dei lavoratori a termine si è ridotto di oltre mezzo milione di unità, con una contrazione superiore al 17%, mentre i lavoratori dipendenti complessivi sono aumentati di oltre 800mila unità, pari a una crescita di circa il 4,4%. Questa dinamica mostra che l’aumento dell’occupazione non è stato trainato dall’espansione delle forme più precarie, ma da una base di lavoro dipendente più ampia e relativamente più stabile.
Dal punto di vista macroeconomico, questo si traduce in una maggiore prevedibilità dei redditi e in una minore volatilità dei consumi, elementi che rafforzano la domanda interna e ne riducono la sensibilità a shock temporanei.
La maggiore stabilità occupazionale ha anche implicazioni rilevanti per il canale del credito: redditi più regolari migliorano la bancabilità di famiglie e imprese, facilitando la trasmissione di condizioni finanziarie meno restrittive all’economia reale; in una fase in cui il costo del denaro tende gradualmente a ridursi, questo fattore può sostenere sia i consumi durevoli sia gli investimenti produttivi, contribuendo a quella quota di crescita “aggiuntiva” che distingue lo scenario base da quello più prudente.
