Inchiesta sulla sanità pubblica, Fondazione GIMBE: 33 miliardi di tagli, personale in fuga. Il Sud esporta malati, il Nord incassa
Con la firma delle prime pre‑intese tra Governo e quattro Regioni per l’autonomia differenziata in sanità, la riforma entra nella fase pratica. Un passo che rischia di delegittimare diseguaglianze già evidenziate dai divari nei LEA, mentre la fuga di medici e il sottofinanziamento del SSN continuano a indebolire il sistema.
Autonomia differenziata, accesso a medicina, riforma delle professioni sanitarie sono fronti di un unico processo che sta progressivamente ridefinendo il Servizio sanitario nazionale, amplia le diseguaglianze territoriali e sociali e mette in discussione l’effettiva esigibilità del diritto costituzionale alla salute.
È quanto emerge dalle analisi e dai dati tecnici presentati lo scorso gennaio dalla Fondazione GIMBE in Parlamento. Il quadro mostra come la retorica delle riforme “necessarie” nasconda una strategia fatta di scorciatoie normative e sottofinanziamento strutturale, con effetti concreti su cittadini e operatori sanitari.
Autonomia differenziata: diritti senza garanzie
Il primo snodo è l’autonomia differenziata. Il disegno di legge sui Livelli Essenziali delle Prestazioni propone di escludere la sanità dalla loro definizione, sostenendo che i Livelli Essenziali di Assistenza siano già sufficienti. In questo modo, lo Stato rinuncia a fissare una soglia minima vincolante di diritti sanitari realmente esigibili.
“I LEP rappresentano un vincolo costituzionale, mentre i LEA sono solo uno strumento operativo” ha spiegato il Presidente Nino Cartabellotta in audizione. “Confonderli significa trasformare un principio in un elenco formale di prestazioni, senza garantire che siano realmente accessibili ai cittadini”.
Regioni a due velocità
I numeri del Ministero della Salute mostrano una frattura ormai strutturale. Nel 2023 otto Regioni non rispettavano gli standard minimi in almeno una delle tre aree fondamentali dell’assistenza. Il divario tra le migliori e le peggiori supera i 40 punti. Le Regioni del Nord consolidano le proprie performance, mentre gran parte del Mezzogiorno resta in difficoltà.
Il sistema di monitoraggio, peraltro, non misura la qualità reale dei servizi né i tempi di accesso. Le liste d’attesa, la carenza di medicina territoriale e la congestione dei pronto soccorso restano in gran parte fuori dalle statistiche ufficiali.
LEP senza fondi: disuguaglianze legalizzate
Senza LEP finanziati, l’autonomia differenziata non riduce queste distanze: le rende permanenti. La sanità diventa una competenza regionale sganciata da un reale controllo nazionale, e le diseguaglianze vengono legittimate per legge.
Alla base di questa scelta c’è il problema delle risorse. I LEA non sono finanziati in base ai costi reali delle prestazioni, ma attraverso un fondo ripartito soprattutto per numero di abitanti. Non esiste una stima attendibile di quanto servirebbe per garantire ovunque servizi efficienti. Definire i LEP imporrebbe allo Stato di trovare quei fondi. Non farlo consente di evitare il problema.
Formazione medica: il falso allarme della carenza
Il secondo fronte è quello della formazione medica. La riforma dell’accesso alle facoltà, dopo il caos dei test del 2025, è stata giustificata con la presunta carenza di medici. I numeri la smentiscono.
Secondo i dati OCSE aggiornati a dicembre 2025, nel 2023 in Italia erano attivi 315.720 medici, pari a 5,4 ogni 1.000 abitanti. È un valore nettamente superiore sia alla media OCSE (3,9) sia a quella europea (4,1), che colloca il nostro Paese al secondo posto tra 31 Stati.
Anche sul fronte dei laureati l’Italia è sopra la media: nel 2023 si sono laureati in Medicina 16,6 studenti ogni 100.000 abitanti, più della media OCSE (14,3) e in linea con quella europea (16,3), posizionando l’Italia al nono posto.
Insomma, l’Italia è tra i primi Paesi in Europa per numero di professionisti. Nel 2023 erano oltre 315 mila.
La carenza di personale e i tagli alimentano sovraffollamento e lunghe attese, soprattutto nelle regioni più fragili (ph. PublicDomainPictures)
Novantamila medici fuori dal sistema pubblico
Il dato decisivo è un altro: quasi 93 mila medici non lavorano nel Servizio sanitario nazionale. Non mancano i laureati, mancano le condizioni per trattenerli nel pubblico.
“Il problema italiano non è la mancanza di medici in termini assoluti – ha chiarito Cartabellotta – ma la loro progressiva fuga dal SSN e la crescente disaffezione verso alcune specialità fondamentali”.
Le carenze riguardano settori strategici: medicina generale, emergenza-urgenza, laboratori, territorio. Specialità centrali per il funzionamento del sistema, ma poco attrattive per carichi di lavoro, stipendi e responsabilità.
Più studenti, meno prospettive
Nonostante questo, negli ultimi anni i posti a medicina sono cresciuti in modo massiccio. I laureati aumentano, mentre i pensionamenti risultano già compensati. I nuovi medici entreranno nel mercato tra dieci anni, in un sistema che oggi fatica già ad assorbirli.
La riforma Bernini ha mantenuto la selezione, comprimendo tempi e contenuti. Didattica accelerata, prove concentrate, preparazione ridotta. Il risultato è un aumento dei numeri senza una strategia occupazionale. Si formano professionisti destinati, in larga parte, al privato o all’estero.
Personale impoverito, sanità più fragile
Il terzo fronte riguarda il personale sanitario. Tra il 2012 e il 2024 oltre 33 miliardi di euro sono stati sottratti alla spesa per medici, infermieri e professionisti. La quota destinata al personale è scesa in modo costante.
Questo definanziamento ha prodotto un effetto diretto: fuga dal pubblico, dimissioni, burnout, riduzione dell’attrattività delle professioni. Il caso degli infermieri è emblematico. L’Italia è nelle ultime posizioni europee e le iscrizioni universitarie sono in calo.
Divari nei LEA e fuga dei medici rendono le cure meno accessibili, con pazienti costretti a spostarsi tra le regioni (ph. Pexels)
Riforme senza investimenti
La legge delega sulle professioni sanitarie non affronta questo nodo. Enuncia principi, ma non stanzia risorse. Le misure per trattenere il personale restano simboliche. Gli incentivi economici e professionali sono assenti. Anche la riforma della responsabilità professionale introduce incertezza, aumentando il contenzioso invece di ridurlo.
Messe insieme, queste politiche disegnano un sistema in cui lo Stato arretra su tre fronti: finanziamento, governance, valorizzazione del personale.
“Si rischia di proclamare nuovi diritti senza le risorse per renderli realmente esigibili”, ha avvertito Cartabellotta. “In questo modo l’autonomia differenziata diventa un moltiplicatore di diseguaglianze”.
Il diritto alla salute a geometria variabile
Il Mezzogiorno resta area di esportazione sanitaria, mentre le Regioni più forti vengono sovraccaricate dalla mobilità dei pazienti. Il diritto alla salute resta nella Costituzione, ma si allontana nella pratica. L’accesso alle cure dipende sempre più dal luogo di nascita, dal reddito e dalla capacità di pagare o spostarsi.
Senza un cambio di rotta su finanziamenti, personale e regia nazionale, la sanità pubblica rischia di diventare un sistema formalmente universale, ma sostanzialmente selettivo.
