Markus Krienke
Il potere è un fatto fondamentale della società umana – non esistono vuoti a riguardo. Eliminarlo non è né possibile né auspicabile, dato che solo con il potere determinate finalità politiche, culturali o civili possono essere raggiunte. Va però gestito, perché il suo abuso ha portato all’umanità le più grandi sciagure. Del potere dobbiamo sospettare quando perde il suo volto umano. Quando manca o addirittura viene biasimata l’empatia nella politica. Quando i potenti meccanismi economici producono esclusione.
Le nuove tecnologie sono uno strumento congeniale per chi mira a questa visione di potere. Non l’empatia e il riconoscimento dell’altro, ma efficienza, velocità e calcolo statistico sono le caratteristiche delle nuove tecnologie, e laddove esse trasformano la realtà, il volto dell’altro sbiadisce. Sono le logiche del consumo (di beni, capitale, risorse) che sottomettono a sé anche ciò che da sempre lo fermava: la dignità dell’altro, la spiritualità. Per Kant, infatti, la “dignità” si definisce proprio come ciò che non può avere un “prezzo”. Inoltre, nella sua funzione sociale la spiritualità interrompe “spazi” e “tempi” – Chiese, festività, rituali – che così furono sottratte alle dinamiche del consumo. Con le nuove tecnologie, invece, ogni alterità viene pervasa dalla mercificazione, cioè diventa calcolabile, classificabile, interscambiabile. Si realizza ciò che Byung-Chul Han aveva definito l’«espulsione dell’Altro».
E infatti Leone, nel suo recente discorso per la Giornata delle comunicazioni sociali, scrive: «Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce». Nella «rapidación», indicata da Papa Francesco, non c’è il tempo per l’Altro: le nuove tecnologie non “mediano” la presenza. La presenza, infatti, si trasmette tramite il “volto” e la “voce”, come ricorda Papa Prevost: «Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro».
Anche il potere ha perso il volto, vuol dire la capacità di includere le persone. Così il significato del “potere” diventa lo sforzo di aumentare sé stesso anche al prezzo di inglobare l’altro. È il contrario del riconoscimento dell’altro come avviene nell’etica dei diritti. Così, il potere narciso inizia dalle dinamiche sociali e si serve delle nuove tecnologie quale strumento congeniale per la sua affermazione indiscriminata; fino ai livelli geopolitici dove si traduce nella nuova affermazione della supremazia politico-economica.
Con ormai tre discorsi programmatici nel mese di gennaio (per la LIX Giornata mondiale della pace, per il Corpo diplomatico, e per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali), Papa Leone XIV denuncia esattamente questo nuovo tipo di potere, collocando la Chiesa, con il suo messaggio per la giustizia sociale, nell’ambito geopolitico. Allo stesso momento, egli ha cambiato il discorso della Chiesa sulla tecnologia: “ufficialmente” essa non è più “neutrale” nel senso che dipenderebbe solo dal nostro utilizzo se realizzerà un “bene” o “male” per l’umanità, bensì realizza, qualora non viene compresa come un’occasione di cercare e riconoscere l’altro, la sua “espulsione”. Sant’Agostino, il grande punto di riferimento per Leone, ha individuato tali relazioni di valorizzare l’altro e realizzare il bene, come “amore”, facendo comprendere che l’amore di Dio – proprio perché per definizione si sottrae a qualsiasi strumentalizzazione e mercificazione – è una risorsa inesauribile per la capacità di riconoscere l’altro.
Simone Weil, una filosofa del XX secolo – e forse non è un caso che tale sensibilità sia stata espressa da una donna – ha tradotto questo messaggio nella realtà dell’attenzione: «È bene ciò che dà maggiore realtà agli esseri e alle cose, male ciò che gliela toglie». Per Filippo La Porta, il messaggio di Weil significa oggi la capacità di «guardare “bene” le cose»; di accogliere i volti e le voci. Laddove il narcisismo consumistico riduce l’altro, l’attenzione lo riscopre. Sappiamo che uno degli effetti principali delle nuove tecnologie sta nel ridurre drasticamente i tempi dell’attenzione. Una società che non coltiva tale risorsa non nutre la propria “infrastruttura dell’altro” (in forma di diritti, democrazia, istituzioni, libero mercato).
La proliferazione delle parole, ormai prodotte in quantità da ChatGPT e dagli altri LLM, toglie tale capacità. È il silenzio che invece si accorge dell’altro. Non a caso, lo stile di Papa Leone si orienta al silenzio e alla parola ben ponderata. Non alle parole al plurale moltiplicato. E lo fa proprio per far riemergere il messaggio cristiano: il “verbo” si è fatto “carne”. Appunto, la parola (verbum) – non le parole – che significa anche “ragione” (logos). Pertanto, recuperare la ragione, in prospettiva geopolitica, è il vero messaggio geopolitico di Leone che nei discorsi di questo gennaio 2026 è emerso molto chiaramente. Ed è la ragione l’unico modo di gestire umanamente il potere, ragione che sta alla base del suo messaggio per «una pace disarmata e disarmante». E per dirla con le sue parole, dare nell’agire politico «importanza [a]l diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici».
