Medici al lavoro fino a 72 anni!
di Gregorio SCRIBANO
Invece dello stipendio – Camici bianchi & Capelli bianchi. Invece di aumentargli lo stipendio, gli aumentano l’età pensionabile. È questa, in estrema sintesi, la fotografia della sanità italiana scattata dall’ennesimo emendamento al decreto Milleproroghe.
Il Governo ha infatti proposto di rinnovare la possibilità per i medici di continuare a lavorare fino a 72 anni, prorogando una deroga introdotta nel 2024 alla norma che fissa a 70 anni il limite massimo per esercitare nel Servizio sanitario nazionale.
Una misura che doveva essere straordinaria, temporanea, emergenziale. E che invece rischia di diventare strutturale, come spesso accade nel nostro Paese quando le emergenze non vengono mai davvero risolte. Le Regioni, responsabili della gestione della sanità, hanno chiesto a gran voce di rinnovarla anche per il 2026: senza quella proroga, migliaia di medici andrebbero in pensione, aggravando una carenza di personale che negli ospedali è già drammatica.
Il meccanismo è noto: i medici del Ssn, delle Asl, del Ministero della Salute e delle Università (purché svolgano attività assistenziale) possono scegliere volontariamente di restare in servizio fino a 72 anni, previa autorizzazione dell’Asl. Gli ospedali possono persino richiamare medici già pensionati, purché non abbiano superato quella soglia. Una soluzione tampone, utile nel breve periodo, ma che nel lungo racconta un sistema che sopravvive allungando la carriera di chi c’è già, invece di investire seriamente su chi dovrebbe arrivare.
I numeri aiutano a capire il paradosso. L’Italia ha circa 5,3 medici ogni mille abitanti, più della media europea. Eppure è anche uno dei Paesi con la forza lavoro medica più anziana: quasi la metà dei medici ha più di 55 anni e uno su cinque supera i 65. Non stupisce, quindi, che si senta il bisogno di spostare sempre più in là il traguardo della pensione. Ma è legittimo chiedersi se questa sia davvero una strategia o solo una resa.
L’emendamento sull’età dei medici è anche un perfetto esempio di come funziona il Milleproroghe: un contenitore annuale di rinvii e deroghe che diventa indispensabile perché troppe decisioni politiche nascono come risposte d’urgenza, senza una visione di lungo periodo. Si rinvia oggi ciò che non si è voluto affrontare ieri, sapendo che domani si rinvierà di nuovo.
Nel caso dei medici, la scelta è chiara: invece di investire massicciamente nella formazione di nuovi professionisti – un percorso costoso e lungo, certo, ma inevitabile – si preferisce spremere fino all’ultimo chi è già in servizio, tra turni massacranti, pronto soccorso al collasso e stipendi indegni delle responsabilità richieste. Se si continuerà su questa strada, assisteremo alla fuga dei giovani camici bianchi verso quei Paesi che li rispettano e li pagano per ciò che valgono. Qui, invece, vedremo entrare in ospedale i nostri medici ultrasettantenni accompagnati dalla badante: non più per curare i pazienti, ma per farsi curare loro stessi.
Una sanità che non forma il futuro e consuma il passato, finché non resta più nulla. Una soluzione che evita il collasso immediato, ma che non cura la malattia.
A due anni dall’introduzione della norma, la situazione è rimasta sostanzialmente invariata. Le Regioni chiedono un’altra proroga, il Governo risponde con un altro emendamento, e l’emergenza continua a essere definita tale perché non è mai stata affrontata alla radice. Così la sanità italiana va avanti, non grazie a riforme strutturali, ma grazie alla disponibilità – e alla resistenza – di medici sempre più anziani.
E forse il vero problema non è che si lavori fino a 72 anni, ma che questa sia diventata l’unica risposta possibile.
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