di Gregorio SCRIBANO
L’Italia è un territorio strutturalmente fragile, esposto ad un rischio sismico e idrogeologico diffuso su gran parte della penisola.
Oltre il 94% dei comuni è interessato da frane, alluvioni o fenomeni di erosione costiera; le aree appenniniche, la Calabria e la Sicilia presentano i livelli più elevati di pericolosità sismica. A questo si aggiunge il rischio vulcanico, che riguarda zone densamente popolate situate in prossimità di vulcani attivi o quiescenti, come il Vesuvio e i Campi Flegrei.
Dati surreali
Un dato enorme, quasi surreale, che coinvolge milioni di famiglie, da Nord a Sud, dalle grandi città metropolitane come Venezia, Bologna, Napoli e Genova fino ai piccoli centri dell’entroterra.
Eppure, ogni volta che la terra cede o trema e l’acqua travolge ogni cosa, il copione è sempre lo stesso: a tragedia avvenuta spuntano i “professoroni”, tutti con la soluzione pronta, tutti certi che si sarebbe potuto – anzi, dovuto – evitare.
Ma perché queste voci non si sono alzate prima? Perché non si sono fatte sentire con la stessa forza prima che Niscemi scivolasse via sotto una frana? Prima, quando la prevenzione era impopolare, scomoda, politicamente rischiosa? È troppo facile chiedere dimissioni dopo, indicare responsabili quando il fango è già arrivato alle finestre o un intero paese è crollato. La verità è che il dissesto idrogeologico non è solo un problema tecnico o amministrativo: è un nodo politico, sociale e culturale enorme, che nessuno ha davvero il coraggio di sciogliere.
Chi oggi punta il dito dovrebbe rispondere ad una domanda semplice: se fosse stato ‘lui’ al governo del Paese, della Regione o del Comune, avrebbe davvero ordinato l’evacuazione di quella zona a rischio? Avrebbe detto a migliaia di cittadini di lasciare le proprie case, la propria storia, per andare a vivere altrove? E soprattutto: quale sindaco, quale presidente di Regione, quale governo verrebbe mai eletto se nel programma mettesse al primo posto l’evacuazione di mezza Italia?
Perché è questo il punto che spesso si finge di non vedere
Gli abitanti delle zone a rischio – milioni di italiani – non vogliono andarsene, anzi continuano a costruirci sopra. Non lo vogliono nemmeno davanti all’evidenza e alla drammaticità di una frana che distrugge case e speranze. Non si abbandona facilmente il paese dove si è nati, dove sono cresciuti i figli, dove vivono i genitori e dove sono sepolti i nonni. Il legame con il territorio non è un dettaglio emotivo: è un fattore culturale potentissimo, che nessuna ordinanza può cancellare con un tratto di penna.
Proviamo solo ad immaginare, per un istante, se il sindaco di Niscemi avesse firmato un’ordinanza per evacuare l’intero paese e ricostruirlo altrove, in un sito più sicuro. I niscemesi non lo avrebbero applaudito come un visionario responsabile: lo avrebbero aspettato sotto il municipio con i forconi. E questo non per incoscienza, ma per disperazione, per attaccamento, per paura di perdere tutto ciò che rende una comunità tale.
Allora smettiamola con l’ipocrisia del “si sapeva” e del “bastava fare”. Il dissesto idrogeologico è una bomba a orologeria che l’Italia si porta dietro da decenni, alimentata da scelte sbagliate, abusivismo, mancanza di manutenzione e da una politica che ha preferito rimandare piuttosto che affrontare il problema in modo strutturale.
La prevenzione vera, la messa in sicurezza del territorio, costa, non solo in termini economici, ma anche in consenso politico e quindi elettorale.
E finché non avremo il coraggio di ammetterlo chiaramente, continueremo a contare i danni – e talvolta a piangere le vittime – facendo finta che la responsabilità sia del politico o della carica istituzionale di turno, che a sua volta la rimbalza su chi lo ha preceduto, restando intrappolati nello stesso ritornello: si poteva, si doveva evitare!
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