Negli ultimi mesi, la cronaca italiana sembra essere tornata a descrivere dinamiche che credevamo relegate al passato. Se la criminalità organizzata ci ha abituati all’uso delle armi da fuoco, distaccate, meccaniche, “industriali”, i recenti episodi di microcriminalità e violenza di genere vedono protagonista il coltello.
Questo “ritorno” ci suggerisce che la violenza stia subendo una metamorfosi verso uno stadio più primordiale.
Da un punto di vista antropologico, il coltello è l’estensione dell’unghia e del dente. A differenza della pistola, che permette una distanza fisica ed emotiva tra l’aggressore e la vittima, l’arma bianca richiede prossimità.
Usare un coltello implica “sentire” la resistenza del corpo altrui. È un atto che richiede uno sforzo fisico e una partecipazione sensoriale diretta.
La regressione al corpo a corpo: Questo ritorno al contatto fisico durante l’aggressione indica un abbassamento della soglia di inibizione e una perdita dei filtri civili. Siamo di fronte a una violenza che non cerca solo il risultato (il furto o la sottomissione), ma che si scarica attraverso un atto fisico primordiale.
Sociologicamente, l’uso dell’arma bianca segnala una frammentazione sociale. In passato, la violenza era spesso mediata da appartenenze o codici (anche criminali). Oggi appare “anomica”, priva di regole, dettata dall’impulso immediato.
Il coltello è un oggetto domestico. Portarlo fuori casa trasforma lo spazio pubblico in un ambiente di caccia o di difesa perenne.
L’estrema facilità nel reperire un’arma bianca rende il passaggio dall’ira all’atto violento quasi istantaneo. Non c’è il “tempo di attesa” che potrebbe richiedere l’acquisto di una pistola al mercato nero; la violenza esplode nel qui ed ora.
Nei casi di femminicidio, l’uso del coltello assume una valenza ancora più cupa. Spesso i colpi inferti sono numerosi, eccessivi rispetto al fine ultimo della morte (l’overkilling).
“L’uso dell’arma bianca nel femminicidio non è solo un omicidio; è un tentativo di distruggere l’identità dell’altro attraverso un contatto brutale che nega l’umanità della vittima.”
Questa ferocia suggerisce che l’aggressore non vuole solo eliminare un ostacolo, ma esercitare un potere fisico totale, tipico di una struttura mentale patriarcale che regredisce allo stadio della forza bruta quando perde il controllo psicologico.
Il ritorno dell’arma bianca a Napoli e nel resto d’Italia ci dice che la nostra società, nonostante il progresso tecnologico, sta vivendo un impoverimento emotivo e culturale. La violenza sta tornando a uno stadio “pre-sociale”, dove il conflitto non viene più gestito dalla parola o dalla legge, ma torna ad essere una questione di carne e metallo. È l’allarme di una società che sta perdendo la capacità di mediare i propri impulsi più bassi.
