Al Sistina “Ti sposo ma non troppo” di Gabriele Pignotta: crisi matrimoniali, nuove solitudini e app di incontri. Con Vanessa Incontrada, Fabio Avaro e Siddhartha Prestinari

Protagonisti di “Ti sposo ma non troppo”, in scena al Teatro Sistina di Roma,  commedia scritta e diretta da Gabriele Pignotta, sono quattro personaggi che, superati i quarant’anni, si muovono in un territorio sentimentale instabile, segnato dall’incertezza e da un diffuso disagio esistenziale, che si riflette nei rapporti quotidiani e nella dimensione privata.

 

La vicinanza fisica (sono vicini di casa) non si traduce in reale prossimità emotiva, ma finisce per accentuare il senso di isolamento.

 

Andrea (Vanessa Incontrada) è una donna innamorata, travolta dal tradimento del marito, costretta a ridefinire il proprio equilibrio relazionale mentre cresce da sola i figli Riccardo e Giulia. Il suo percorso è segnato dalla relazione irrisolta con l’ex marito, coinvolto in una storia con una ragazza di 27 anni conosciuta a Ibiza, elemento che aggrava la rottura degli equilibri familiari.

 

Luca (Gabriele Pignotta), osteopata divorziato, oscilla tra l’amore per la figlia Alice, di otto anni, e le illusioni offerte dalle app di incontri, dove si muove sotto lo pseudonimo di Dylan.

 

Carlotta (Siddhartha Prestinari), a sua volta, si nasconde dietro il nickname di Sharon e costruisce un’identità parallela, che le consente di sperimentare un amore virtuale e sollevare la domanda: “l’amore online è davvero un tradimento?”

 

Carlotta e Andrea (Fabio Avaro), sposati da quindici anni, attraversano una fase di progressivo logoramento, segnata anche dall’assenza di figli, una mancanza che sembra aver indebolito la spinta vitale di coppia.

 

Il matrimonio, da spazio di condivisione, assume così un valore quasi idiosincratico, vissuto più come vincolo che come risorsa.

 

Lavoro e relazioni fluide: l’amore al tempo delle app (ph. Deorb films)

La materia narrativa potrebbe apparire fin troppo densa: un conflitto coniugale, una separazione dolorosa, una famiglia scossa da una relazione parallela con una donna molto più giovane. A ciò si aggiunge il ricorso alla terapia di coppia, trasformata in vero e proprio “oggetto scenico” e simbolico, tentativo razionale di ricomporre fratture soprattutto emotive.

 

Pignotta evita derive melodrammatiche. Costruisce un sistema di forze parallele, aperto al tema dell’amore, immerso in un intreccio di fragilità ed emozioni, che non giungono quasi mai a una definizione netta per scelta precisa dell’impianto registico.

 

Il tema del matrimonio e della vita di coppia viene declinato attraverso variazioni brillanti, equivoci e gaffe divertenti. Ne derivano quadri d’insieme vivaci, scene d’ambiente dinamiche sia sul piano della scrittura sia su quello della resa scenica.

 

In questo senso, i congegni comici, i tempi serrati, gli scambi di persona, richiamano in parte la tradizione della farsa francese e il modello di Feydeau, filtrato in chiave contemporanea. I giochi di battuta e i meccanismi di struttura rimandano anche all’avanspettacolo dei primi anni Quaranta, senza soffermarsi in citazioni nostalgiche.

 

All’interno della costruzione drammaturgica, il riferimento alle app di incontri non resta un semplice elemento di attualizzazione, ma assume un preciso valore metaforico. Rappresenta una semplificazione dei rapporti, ridotti a scelte rapide, basate su immagini e impressioni immediate, che comprimono il tempo della conoscenza e rendono i legami fragili e sostituibili.

 

Veicola un’illusione di libertà, fondata sulla moltiplicazione delle possibilità. Per personaggi come Luca, le app funzionano come una difesa dalla solitudine, offrono la sensazione di una gratificazione affettiva istantanea, senza un vero coinvolgimento passionale.

 

da sx: Siddhartha Prestinari, Vanessa Incontrada, Gabriele Pignotta e Fabio Avaro, quattro personaggi in cerca di nuovi sentimenti (ph. Deorb films)

Segnalano infine un cambiamento sociale più ampio, in cui le relazioni diventano fluide, intermittenti, reversibili e mettono in discussione il modello della stabilità. In quest’ottica, la domanda posta da Andrea/Incontrada “Alla prima difficoltà bisogna buttare tutto all’aria?” ben sintetizza un malessere diffuso.

 

Luca, di conseguenza, incarna una moderna maschera popolare, un personaggio educato all’arte della menzogna come forma di protezione, libero nella fantasia. Ingenuo e scaltro insieme, è sempre alla ricerca di avventure leggere, più immaginate che vissute.

 

La Incontrada dà voce ad Andrea, centro focale dell’azione. Attraverso la dissociazione e la sovrapposizione dei suoi pensieri passa l’intera percezione della vicenda. Tutto questo è reso con uno stile “divisionista”, costruito per quadri interiori e scarti emotivi solo in apparenza slegati, ma invece connessi al filo di un’interiorità resa con discrezione, per così dire radiografata, sussurrata.

 

Fabio Avaro e Siddhartha Prestinari si districano con disinvoltura all’interno di un meccanismo volutamente scomposto in scene brevi, quasi sovrapposte. Restituiscono a tutto tondo le tensioni di una coppia in difficoltà.

 

Commedia brillante, e al tempo stesso misurata, “Ti sposo ma non troppo” si presta al linguaggio cinematografico, come dimostra il film tratto dall’opera nel 2014. Lo spettacolo non si esaurisce in un gioco gratuito di scambi ed equivoci. Tocca nodi autentici della psiche umana, legati alla difficoltà di conciliare il bisogno di evasione dalla noia e dalla routine con la tutela  dei sentimenti più cari.

 

I personaggi restano così costantemente in bilico tra ciò che sono e ciò che vorrebbero essere, fra la realtà e il sogno, incapaci di rinunciare a questa, ma minacciati dal pericolo di vedersi distruggere quello.

 

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