Dal caso di Roma ai ritardi in Sicilia e Sardegna: mesi per visite ed esami, cittadini costretti a pagare o a rinunciare alle cure. A febbraio, due decreti chiave restano in sospeso

Ospedale San Filippo Neri di Roma, lo scorso 27 gennaio un uomo di 58 anni arriva in pronto soccorso in condizioni critiche per una grave complicanza cardiaca. Era in lista d’attesa da mesi per una coronarografia nel servizio pubblico. La prima disponibilità, secondo i familiari, era fissata a luglio. L’esame non è mai stato eseguito.

 

Il caso, segnalato alla Procura, non è isolato. A Trapani un’insegnante con sospetto tumore ha dovuto aspettare otto mesi per l’esito di un esame istologico. In Sardegna, per prestazioni come la colonscopia, le prime disponibilità sono fissate nel 2027 o 2028. A Sassari, una donna ha ottenuto una risonanza magnetica solo aver denunciato la vicenda sui media.

 

Un fenomeno diffuso

Negli ultimi mesi, episodi simili si sono registrati in diverse regioni: diagnosi ritardate, terapie rinviate, pazienti costretti a rivolgersi al privato o a rinunciare alle cure. Dietro ogni caso c’è una dinamica ricorrente: tempi incompatibili con le necessità cliniche e un sistema incapace di garantire le prestazioni nei limiti previsti.

 

Nel 2025, secondo i dati ufficiali, tra servizio pubblico e privato accreditato sono state erogate quasi 57,8 milioni di prestazioni: 24,2 milioni di visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Un volume enorme che convive con ritardi cronici.

 

Decreti attuativi: due mancano all’appello

A diciotto mesi dall’entrata in vigore del Decreto-Legge 73/2024 sulle liste d’attesa, il bilancio tracciato dalla Fondazione GIMBE è netto: nessun beneficio concreto per i cittadini.

 

La norma, approvata nel 2024 con procedura d’urgenza, prevedeva sei decreti attuativi. A febbraio 2026, due non sono stati ancora adottati: quello sulla definizione del fabbisogno di personale e quello sulle nuove regole per la gestione delle prenotazioni. Senza questi strumenti, il sistema resta privo delle leve fondamentali per aumentare l’offerta e razionalizzare la domanda.

 

Personale e CUP: leve bloccate

Il primo nodo è il personale. Senza una metodologia condivisa per stimare medici, infermieri e tecnici necessari, resta bloccato il superamento dei tetti di spesa. Le aziende sanitarie continuano a operare in carenza cronica di organico.

 

Il secondo riguarda i CUP. In assenza di linee guida nazionali, ogni Regione mantiene sistemi diversi, spesso poco integrati, con difficoltà nella gestione delle agende e delle disdette.

 

Piattaforma nazionale: trasparenza mancata

A questo si aggiunge il fallimento della Piattaforma Nazionale delle Liste di Attesa. Nel 2025 ha raccolto milioni di dati, ma nella versione pubblica continua a fornire solo informazioni aggregate a livello nazionale.

 

Non è possibile sapere dove si concentrino i ritardi, quali strutture siano più in difficoltà, quali prestazioni accumulino le attese più lunghe. I cittadini vedono una media nazionale, non la realtà che li riguarda.

 

Le versioni avanzate, promesse per il 2025 non sono mai entrate in funzione. Le Regioni stanno ancora collegando i propri sistemi informativi, dopo mesi di ritardi nei finanziamenti.

 

Code negli ospedali pubblici. Carenze di personale, prenotazioni rinviate: l’attesa diventa la norma (ph. Mario-Tama)

Liste ferme

Il sistema mostra segnali evidenti di sofferenza. Solo il 34,9% dei cittadini accetta la prima data proposta dal CUP per una visita specialistica. Per gli esami diagnostici la quota sale al 39,9%. Nella maggioranza dei casi, la prima disponibilità è giudicata inaccettabile.

 

L’attività nel fine settimana, pensata per smaltire le liste, resta marginale. Nel 2025 ha riguardato meno del 4% degli esami e meno del 2% delle visite.

 

Dati poco chiari sui tempi reali

Il problema più grave riguarda la misurazione dei tempi di attesa. La piattaforma utilizza indicatori statistici che escludono automaticamente il 25% delle prenotazioni più lente. Una scelta che riduce artificialmente l’impatto dei ritardi.

 

Non viene indicata la percentuale di prestazioni erogate entro i tempi garantiti per legge. L’informazione più rilevante per valutare il rispetto dei diritti dei pazienti è assente.

 

Le analisi mostrano che, per molte prestazioni, circa un paziente su quattro supera regolarmente i limiti previsti. Per visite differibili e programmabili, l’attesa può superare i quattro o cinque mesi, in alcuni casi arrivare a sei-otto mesi.

 

È in questa fascia che si concentrano i casi più critici. Pazienti non classificati come urgenti che tuttavia vedono peggiorare le proprie condizioni durante l’attesa.

 

Ritardi strutturali e piattaforme inefficaci rallentano l’accesso alle cure (ph. ED Crowd-Tashi-Delek)

Intramoenia e disuguaglianze economiche

Parallelamente cresce il ricorso all’intramoenia. Le verifiche indicano che, in media, circa il 30% delle prestazioni viene erogato a pagamento all’interno delle strutture pubbliche.

 

Secondo l’ISTAT, nel 2024 quasi sei milioni di italiani hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. La spesa privata continua a crescere. Le liste d’attesa stanno diventando un fattore di selezione economica.

 

Mancanza di tutele

Non esiste un sistema efficace per tutelare i cittadini. La piattaforma non indica come presentare reclami, attivare i percorsi alternativi previsti dalla normativa, far valere il diritto alla prestazione nei tempi stabiliti.

 

Sul piano politico, si sono susseguiti annunci e rassicurazioni. Dal “cruscotto nazionale” annunciato nel 2024 alla piattaforma “operativa” rivendicata nel 2025, le dichiarazioni non hanno prodotto risultati verificabili.

 

Le Regioni hanno responsabilità evidenti, ma il ritardo è anche centrale. Senza regole chiare, risorse adeguate e sistemi integrati, il coordinamento resta sulla carta.

 

Il caso del paziente romano, come molti altri, mostra il punto di arrivo di questa catena di inefficienze. Secondo GIMBE, servirebbero investimenti strutturali sul personale, una riorganizzazione dei servizi, una trasformazione digitale completa e misure efficaci per ridurre le prescrizioni inappropriate. Senza questi interventi, il decreto sulle liste d’attesa rischia di rimanere una riforma incompiuta.

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