Può la giustizia andare oltre la pena? Può farsi strumento di ricomposizione, responsabilità e reinserimento senza rinunciare alla tutela delle vittime e alla sicurezza collettiva? È attorno a queste domande, tanto semplici quanto radicali, che si è sviluppato il convegno “Giustizia riparativa, oltre la pena: quando il reato diventa una questione sociale”, svoltosi il 7 febbraio 2026 nell’Aula Magna della Corte d’Appello di Lecce.Magistrati, avvocati, docenti universitari, operatori sociali, rappresentanti delle istituzioni e del terzo settore si sono confrontati su un tema che interroga in profondità il sistema penale contemporaneo, mettendo in discussione l’idea — ancora largamente dominante — che la giustizia coincida esclusivamente con la punizione.
Un sistema sotto pressione
Sovraffollamento carcerario, durata eccessiva dei procedimenti, alti tassi di recidiva e crescente distanza tra cittadini e istituzioni restituiscono l’immagine di un modello punitivo che fatica a rispondere alla complessità dei conflitti sociali attuali. In questo scenario, la giustizia riparativa emerge non come alternativa ideologica alla pena, ma come integrazione necessaria, capace di incidere sulle cause profonde del reato e di ricostruire legami spezzati.A moderare i lavori è stata la professoressa Silvia Cazzato, docente dell’Università del Salento, che ha saputo tenere insieme competenze giuridiche, riflessioni sociologiche e istanze educative, favorendo un dialogo autentico tra discipline e pratiche diverse.
Il reato come fatto sociale
Ad aprire il convegno è stato il dott. Roberto Maria Carrelli Palombi di Montrone, Presidente della Corte d’Appello di Lecce, magistrato di lungo corso con esperienze presso il Tribunale di Roma e la Corte di Cassazione. Il suo intervento ha posto subito una questione centrale: il reato non nasce nel vuoto.Ogni condotta criminosa prende forma all’interno di storie personali segnate da fragilità, disuguaglianze, solitudini e fallimenti relazionali. Ignorare questa dimensione sociale significa rinunciare non solo a comprendere, ma anche a prevenire. Proprio perché la giustizia penale incide profondamente sulla libertà delle persone, ha sottolineato Carrelli, essa deve interrogarsi sugli effetti delle proprie decisioni non solo sull’autore del reato, ma anche sulla vittima e sull’intera comunità.
Le istituzioni e il superamento della sola sanzione
Nel portare i saluti istituzionali, il Presidente della Provincia di Lecce e sindaco di Martano, dott. Fabio Tarantino, ha evidenziato come un sistema fondato esclusivamente sulla sanzione non sia più in grado di rispondere alla complessità delle fragilità sociali contemporanee.La giustizia riparativa, ha affermato, apre uno spazio diverso: un luogo di ascolto, responsabilità e riconoscimento del danno, in cui diventa possibile ricostruire relazioni e favorire cambiamenti reali, con benefici che si estendono all’intera collettività.
Riparare non significa perdonare
Uno dei chiarimenti più rilevanti è arrivato dall’intervento di Anna Leo, sociologa e presidente del convegno, che ha smontato uno degli equivoci più diffusi: la giustizia
riparativa non coincide con il perdono.
Il perdono è un atto intimo e personale, che non può essere imposto. La riparazione, invece, è un processo strutturato, fondato sul riconoscimento del danno e sull’assunzione di responsabilità da parte dell’autore del reato, e può prevedere — solo quando vi siano le condizioni — l’incontro con la vittima, sempre su base volontaria e tutelata.Richiamando le esperienze simboliche di Nelson Mandela e Agnese Moro, Leo ha mostrato come l’isolamento alimenti violenza e risentimento, mentre l’incontro, se adeguatamente accompagnato, può generare comprensione e trasformazione. Ma ha anche lanciato un monito chiaro: senza una rete sociale, educativa e lavorativa solida, la giustizia riparativa rischia di restare un’esperienza isolata.
Paura, vendetta e libertà di scelta
La dott.ssa Claudia Forcignanò ha affrontato il tema della paura collettiva, ricordando il caso di Giulia Cecchettin e la scelta della famiglia di non intraprendere un percorso riparativo. Una decisione legittima che ribadisce un principio fondamentale: la giustizia riparativa non è mai un obbligo.In una società attraversata da violenze profonde, la tentazione di identificare la giustizia con la vendetta è forte. Tuttavia, le esperienze dimostrano che percorsi riparativi autentici, se scelti liberamente e accompagnati da professionisti formati, riducono la recidiva e producono cambiamenti duraturi.
Oltre la giustizia che infligge dolore
La prof.ssa Maria Mancarella, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Lecce, ha offerto una riflessione di ampio respiro filosofico e giuridico.

Richiamando Martha Nussbaum, ha posto una domanda cruciale: infliggere dolore nel presente può davvero riparare quello subito nel passato?
Nel processo penale tradizionale, la vittima resta spesso ai margini. La giustizia riparativa ribalta questa logica, ponendo al centro la relazione e articolandosi attorno a tre verbi: accogliere, ascoltare, riparare. Riparare non significa cancellare la colpa, ma trasformare la ferita, come nell’arte giapponese del kintsugi, che valorizza le fratture invece di nasconderle.
L’esperienza dal carcere: la dignità che resiste
Molto intenso l’intervento di

, che ha invitato a superare la logica del “buttare le chiavi”. La paura è comprensibile, ha ricordato, ma non può diventare l’unico criterio della giustizia.Ogni persona è attraversata da fragilità, e il reato non è mai così lontano come si pensa. Solo riconoscendo questa dimensione è possibile costruire percorsi di responsabilizzazione e cambiamento che non rinuncino alla sicurezza, ma restituiscano centralità alla dignità umana.
La riforma Cartabia e il nuovo quadro normativo
Sul piano normativo, la dott.ssa Maria Pilato, esperta di mediazione penale, ha illustrato i contenuti del D.Lgs. 150/2022, che ha introdotto per la prima volta una disciplina organica della giustizia riparativa nel nostro ordinamento.
I percorsi riparativi sono oggi attivabili in ogni stato e grado del procedimento, sulla base dei principi di volontarietà, responsabilità e riconoscimento del danno. Non conta la gravità del reato, ma la disponibilità delle persone coinvolte, nel rispetto delle garanzie.
Avvocatura, garanzie e autodeterminazione
Gli avvocati intervenuti hanno sottolineato come le garanzie processuali siano una condizione imprescindibile della giustizia riparativa. L’avv. Mastrolia ha richiamato l’importanza della tempestiva iscrizione della notizia di reato, evidenziando come ritardi e inerzie possano compromettere l’accesso ai percorsi riparativi.

L’avv. Grazia De Giosa ha posto l’accento sul ruolo dell’avvocato come presidio di autodeterminazione, proponendo una lettura originale della giustizia riparativa anche come possibile risposta ai ritardi della giustizia, in dialogo con la Legge Pinto.
L’avv. Pavone, cassazionista, ha evidenziato criticità operative, in particolare sugli indennizzi e sulla formazione degli operatori, mentre l’avv. Modoni, presidente CPO del Comune di Ceglie Messapica, ha offerto una visione sistemica, collegando giustizia riparativa, ritardi strutturali e fiducia nelle istituzioni.
Minori, comunità e prevenzione
Particolarmente toccante l’intervento di don Gabriele Morello, cappellano del penitenziario minorile di Lecce: «Il minore è sempre molto più della sua pena». Ogni reato minorile è il segnale di un fallimento collettivo che chiama in causa famiglia, scuola, istituzioni e comunità.La giustizia riparativa, ha spiegato, offre ai giovani la possibilità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni e di reinserirsi consapevolmente nella società, ma solo se accompagnata da una rete educativa solida.
Cultura, associazioni e territorio
Il convegno ha messo in luce il ruolo fondamentale delle associazioni e dei centri culturali. Il Centro Studi Chora-ma di Sternatia, rappresentato da Elisabetta Indino, ha sottolineato il legame naturale tra cultura grica e giustizia riparativa, entrambe fondate su accoglienza, relazione e responsabilità condivisa.Anche le associazioni presenti — dal Consultorio La Famiglia a Cittadini Insieme e Araba Fenice – Il Legame — hanno mostrato come la riparazione sia un percorso concreto, fatto di accompagnamento, ascolto e presenza quotidiana.
Una giustizia più umana
Nelle conclusioni, Anna Leo ha sintetizzato il senso profondo della giornata: la giustizia riparativa non è buonismo, ma responsabilità collettiva. Umanizzare il diritto non significa indebolirlo, ma renderlo più efficace.La sfida è costruire un sistema capace di guardare oltre il reato, di non ridurre le persone ai loro errori e di trasformare il dolore in possibilità di crescita. Perché essere giusti non significa soltanto punire, ma anche ricostruire, responsabilizzare e umanizzare.
