di Gregorio SCRIBANO

Il 10 febbraio non è una data come le altre.

Foibe – È il Giorno del Ricordo, dedicato a una delle pagine più dolorose e a lungo rimosse della nostra storia: i massacri delle foibe e l’esodo forzato di circa 250 mila italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Una tragedia doppia, fatta di violenza e di sradicamento, di morti senza nome e di vite spezzate due volte: prima dall’odio, poi dall’abbandono della propria terra.

Le cerimonie istituzionali, a partire dall’omaggio al Milite Ignoto all’Altare della Patria e dalla commemorazione nell’Aula di Montecitorio alla presenza delle più alte cariche dello Stato, hanno un valore simbolico forte. Le bandiere a mezz’asta, il Tricolore proiettato sui palazzi, gli inni, le parole ufficiali: tutto questo è necessario. È il linguaggio della Repubblica che riconosce una ferita e la espone, finalmente, alla luce.

Ma il Giorno del Ricordo non può ridursi a un rito. Non può essere solo un appuntamento nel calendario civile, né tantomeno un terreno di scontro politico o di letture parziali. La memoria delle foibe e dell’esodo interpella tutti, perché parla di cosa accade quando il nazionalismo, la guerra e l’ideologia cancellano l’umanità dell’altro. Parla di civili uccisi, di famiglie costrette a partire con una valigia, di bambini cresciuti nei campi profughi, di un dolore rimasto troppo a lungo ai margini del racconto nazionale.

Le tante iniziative diffuse in tutta Italia – dalle cerimonie locali alle mostre negli Archivi di Stato, dagli incontri con gli esuli e i loro discendenti ai documentari e agli approfondimenti culturali – vanno nella direzione giusta. Riportano la storia nei luoghi della conoscenza e del confronto, dove documenti e testimonianze aiutano a capire, non a semplificare. Dove la complessità non fa paura, ma diventa uno strumento per formare coscienze più mature.

Ricordare le foibe significa anche avere il coraggio di guardare al contesto storico in cui quei fatti maturarono: le tensioni nazionali, le responsabilità del fascismo di confine, la brutalità della guerra, la spirale di violenza che travolse migliaia di civili innocenti. Non per giustificare, ma per comprendere. Perché senza comprensione non c’è memoria, e senza memoria non c’è futuro.

Il Giorno del Ricordo ci chiede, oggi più che mai, di trasformare il dolore in consapevolezza. Di ascoltare le voci degli ultimi testimoni prima che il tempo le spenga. Di insegnare ai più giovani che la storia non è mai bianca o nera, ma proprio per questo va studiata con rigore, rispetto e onestà.

Ricordare non restituisce le vite perdute né le case abbandonate. Ma può restituire dignità. E può aiutarci a costruire una comunità più attenta, più giusta, più capace di riconoscere le proprie ferite senza negarle o strumentalizzarle. Questo, in fondo, è il senso più profondo del 10 febbraio: non dimenticare, per non ripetere.

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