La trappola della speranza di vita
di Gregorio SCRIBANO
Lavorare fino a 70 anni – «Non vedo l’ora di andare in pensione!». Dietro questa frase, ripetuta da chi ha passato una vita intera a lavorare, non c’è pigrizia né disimpegno. C’è il desiderio legittimo di rallentare, di riprendersi il proprio tempo, di godere degli affetti dopo decenni scanditi da orari, turni e scadenze. Un desiderio che oggi, però, rischia di trasformarsi in un miraggio sempre più lontano.
Ma l’attuale governo ha portato l’età pensionabile – già fissata a 67 anni – ulteriormente in avanti: un mese in più dal 2027, tre mesi dal 2028, e probabilmente altri ancora negli anni successivi. Il meccanismo è ormai noto: l’età del pensionamento viene agganciata all’aspettativa di vita. Se viviamo più a lungo, dobbiamo lavorare più a lungo. Sulla carta sembra un ragionamento lineare. Nella realtà, però, è profondamente miope, soprattutto se si considera il fatto che si resta a lavorare fino a 70 per poi vedersi accreditato un assegno previdenziale di gran lunga inferiore a chi è riuscito a ‘scappare’ qualche anno prima!
Il punto critico è uno: si confonde il vivere più a lungo con il vivere in buona salute. Secondo l’ISTAT, in Italia l’aspettativa di vita media è di circa 83 anni. Ora, a parte il fatto che la statistica per dirla alla Trilussa (Se uno mangia un pollo intero e l’altro niente, statisticamente ne hanno mangiato mezzo ciascuno), lascia il tempo che trova, ma gli anni vissuti in buona salute si fermano a 58. Questo significa che una larga parte della popolazione trascorre decenni convivendo con problemi fisici o psicologici, spesso aggravati da uno stile di vita usurante. Il corpo non è un software che si aggiorna automaticamente con il passare degli anni. Accumula fatica, stress, malattie.
Pretendere che tutti possano lavorare sempre più a lungo, come se le condizioni fossero identiche per chiunque, è una semplificazione che ignora la realtà delle persone.
La stessa logica astratta domina il tema dei contributi. In teoria, si potrebbe andare in pensione prima dei 67 anni maturando un certo numero di anni contributivi. In pratica, il minimale contributivo rende questo obiettivo sempre più irraggiungibile per chi ha salari bassi o carriere discontinue. Oggi basta poco per trovarsi sotto la soglia: stipendi da fame, part-time involontari, contratti brevi. Si può lavorare per un anno intero e scoprire, alla fine, che quell’anno non “vale” davvero per la pensione. Un paradosso che colpisce milioni di lavoratori e che penalizza soprattutto chi è già più fragile.
Il nodo, in fondo, è politico e culturale. L’età pensionabile non viene innalzata perché le persone stanno meglio, ma perché il sistema deve reggere economicamente. Perchè i soldi – a fronte di una evasione che sottrae alle casse dello Stato oltre cento miliardi ogni anno – non cii sono, ma non ci sono solo per i lavoratori dipendenti e i pensionati! Ci sono, invece, per le banche, per le opere inutili, per le armi, per ricostruire Gaza e l’Ucraina, per gli stipendi d’oro per vitalizi e prebende.
L’età pensionabile non viene posticipata perché le persone stanno “meglio”, ma perché il ‘sistema’ deve reggere economicamente. Ritardare il pensionamento significa incassare più contributi e e calcolare la pensione con il sistema contributivo vuol dire pagare meno assegni. Una scelta che trasforma i cittadini in numeri, riducendo la vita umana ad una variabile di bilancio.
Vivere più a lungo dovrebbe essere una conquista, non una punizione. Ma senza giustizia sociale, senza attenzione alla salute e alle reali condizioni di lavoro, rischia di diventare una condanna: quella di lavorare sempre di più, per riposare sempre di meno e incassare una pensione sempre più magra!
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