…quando la politica si veste di brand e smarrisce la sostanza
Dalla moda degli anni Ottanta alla politica-spettacolo di oggi: Elly Schlein come totem identitario, tra referendum, porti, Rai, giustizia e leadership contendibili, in un Paese che scambia l’immagine per progetto e la militanza per merchandising.
C’è stato un tempo in cui i paninari non erano solo una sottocultura giovanile, ma un sintomo. Non un’ideologia, ma un’estetica travestita da identità; non un progetto, ma un codice di riconoscimento. Timberland ai piedi, Moncler sulle spalle, il panino giusto in mano. Si stava insieme non per ciò che si pensava, ma per come ci si mostrava. Era una forma primitiva, e per questo potentissima, di appartenenza simbolica. Guardata oggi, quella stagione non appare più così lontana. Anzi: torna, mutata e raffinata, nella politica contemporanea.
Il paragone non è una provocazione pigra: è pertinente. Perché anche oggi la politica vive di marchi, posture, narrative identitarie che precedono – e spesso sostituiscono – l’elaborazione di una visione coerente. Elly Schlein, in questo quadro, diventa il totem perfetto del paradigma paninaro-politico: non tanto per ciò che dice o fa, ma per ciò che rappresenta. Un segno. Un’immagine. Un “indossabile” politico che permette a mondi diversi di riconoscersi, specchiarsi, sentirsi nel posto giusto senza doversi fare troppe domande sul contenuto.
Schlein come brand generazionale, emotivo, valoriale. Schlein come felpa simbolica di una sinistra che vuole sentirsi giovane, giusta, dalla parte corretta della storia. Ma, come per i paninari, il rischio è che il contenitore finisca per contare più del contenuto. E che l’identità estetica diventi una scorciatoia per evitare il conflitto vero, la fatica della complessità, la responsabilità delle scelte.
Attraverso questo prisma, il coacervo di notizie che affolla la politica nazionale nelle ultime settimane smette di apparire casuale e assume una sua inquietante coerenza.
Prendiamo la riforma della giustizia e il referendum del 22-23 marzo. Un percorso tortuoso, fatto di ricorsi, sentenze, ordinanze, quesiti riformulati, TAR che parlano fuori campo e Uffici centrali che rivendicano il proprio perimetro. Un labirinto giuridico che, per il cittadino medio, è già di per sé respingente. In questo scenario, Schlein decide di “mollare gli ormeggi” e buttarsi anima e corpo nella campagna per il No. Non tanto – o non solo – per una convinzione giuridica profonda, ma per una somma di valutazioni politiche e simboliche: i sondaggi che dicono che la mobilitazione funziona; Meloni che, attaccando, compatta il fronte avverso; Conte che incombe come possibile leader alternativo del campo progressista.
La scelta è razionale, persino comprensibile. Ma è anche rivelatrice: la battaglia referendaria diventa un terreno di posizionamento identitario, una passerella su cui dimostrare di esserci, di contare, di guidare. La riforma Nordio, con tutta la sua complessità costituzionale, rischia così di diventare uno sfondo, un pretesto. Come il panino giusto al bar giusto: non importa tanto cosa contenga, quanto il fatto di essere lì, con quel panino in mano.
Intanto, mentre il dibattito si infiamma sul Sì e sul No, Marina Berlusconi entra in scena con parole nette, strutturate, quasi pedagogiche. Difende la riforma come “liberale”, denuncia il “mercato delle nomine”, rivendica la separazione delle carriere come occasione storica. Lo fa da imprenditrice, da cittadina, ma anche da erede di una storia politica ingombrante. E qui il contrasto diventa stridente: da un lato il linguaggio simbolico, identitario, mobilitante; dall’altro un discorso che, piaccia o no, prova a stare sul merito, sulle regole, sulle strutture di potere.
È come se due mondi parlassero lingue diverse. E la politica-paninaro fatica a reggere il confronto sul piano della sostanza, rifugiandosi nella narrazione.
Lo stesso schema si ripete sul fronte della Rai. Al Nazareno scatta l’allarme TeleMeloni. Si teme l’uso della tv pubblica come clava contro le opposizioni, soprattutto in vista di un elettorato anziano, fedele, disciplinato nel recarsi alle urne. Anche qui, il problema esiste ed è serio. Ma la risposta sembra ancora una volta più simbolica che strutturale: proteste clamorose, marcature strette, allarmi mediatici. La battaglia per il controllo del racconto precede – e forse sostituisce – una riflessione profonda sul ruolo del servizio pubblico nell’ecosistema informativo contemporaneo, dove la Rai non è più l’unico né il principale luogo di formazione dell’opinione.
E poi c’è lo scouting dei “volti nuovi”. Marta Bonafoni incaricata di setacciare il territorio per trovare candidati freschi, presentabili, coerenti con l’immagine del nuovo Pd. Nomi che circolano, panico che si diffonde tra i parlamentari di lungo corso, timori anche tra i giovani non allineati alla cerchia ristretta della segretaria. Anche qui, il meccanismo è familiare: rinnovamento come operazione cosmetica, come cambio di guardaroba più che di linea politica. Il volto nuovo come accessorio necessario per restare competitivi nel mercato dell’attenzione.
Sul versante opposto, la riforma della portualità e la nascita di Porti d’Italia Spa aggiungono un ulteriore tassello al quadro. Le critiche di Debora Serracchiani non sono marginali: parlano di risorse che rischiano di essere drenate, di investimenti che potrebbero spostarsi all’estero, di governance condizionata da logiche politiche più che industriali. Qui l’estetica lascia spazio alla materia dura: logistica, infrastrutture, competitività del sistema Paese. Eppure anche questo tema fatica a bucare la superficie del dibattito pubblico, schiacciato com’è tra referendum identitari e guerre di narrazione.
Il filo rosso che lega tutto è proprio questo: la politica come sistema di segni, più che come luogo di decisioni strutturali. Una politica-paninaro che vive di appartenenze rapide, di simboli riconoscibili, di totem rassicuranti. Elly Schlein, in questo senso, non è la causa ma l’emblema. Il prodotto più riuscito di un’epoca che ha fame di identità immediate e poca pazienza per la complessità.
Il melodramma sta tutto qui: in un Paese attraversato da nodi giganteschi – giustizia, istituzioni, infrastrutture, media, collocazione internazionale – il rischio è che si continui a discutere soprattutto di come apparire, di chi guida la sfilata, di quale logo stampare sulla felpa. Come negli anni Ottanta, anche oggi si può stare insieme senza davvero sapere dove si sta andando.
Ma la storia insegna che le mode passano. Le istituzioni, quando sono indebolite, lasciano macerie più durature. E il conto, prima o poi, arriva. Non in passerella, ma nella vita reale.
