© foto di SSC Bari

Il Bari cercava una vittoria come si cerca l’aria quando manca il fiato. Non è retorica, è aritmetica. La classifica diceva che, almeno in teoria, nulla è ancora perduto; i numeri lasciavano uno spiraglio, una fessura attraverso cui infilare quelle esigue speranze di salvezza. Ma se si prova ad andare oltre la superficie, a leggere la stagione con uno sguardo più introspettivo, l’esercizio dell’ottimismo diventa complicato. Perché questa squadra continua a non dare veri cenni di vita: qualche sussulto isolato, più figlio del caso o della fortuna che di una reale crescita, qualche punto strappato mentre si viene presi a pallonate e si resiste per inerzia, non per dominio. E quando l’inerzia finisce, arrivano gol e sconfitte senza sconti, senza attenuanti.

Lo Spezia, sulla carta, era un avversario abbordabile: appena un punto sopra in classifica, uno score non certo più brillante di quello biancorosso, un cammino altrettanto incerto. Era una di quelle partite che si potevano – e si dovevano – provare a vincere. Ma a una condizione: che il Bari entrasse in campo con un atteggiamento diverso, meno remissivo, meno timoroso, meno disposto a subire gli eventi. Perché la salvezza, se ancora deve avere un senso, passa da qui: dal coraggio prima ancora che dalla tattica.

Indisponibilità dell’ultim’ora di Dikmann, questa la formazione mandata in campo da Longo (3-4-2-1): Cerofolini, Cistana, Odenthal, Pucino, Piscopo, Verreth, Traore, Dorval, Cavuoti, Çuni, Moncini.

Una rivoluzione praticamente con Cuni, Cavuoti, Piscopo e Traorè dal primo minuto alla ricerca di una nuova linfa elaborata.

Il primo tempo scorre come una storia già letta, con pagine che si girano da sole e un copione che non cambia mai davvero. Parte lo Spezia, come se fosse in casa sua, con quel colpo di testa di Hristov che costringe Cerofolini a ricordare a tutti di essere ancora vigile. Il Bari risponde, sì, ma lo fa con quella timidezza che somiglia più a una richiesta di permesso che a un atto di forza: il lancio di Cavuoti è un’illuminazione improvvisa, Moncini fa da sponda, Dorval si ritrova solo davanti al portiere e l’occasione evapora. Un attimo, e di nuovo tutto si sgonfia.

Odenthal deve vestirsi da pompiere per due volte, spegnendo incendi che profumano di guaio serio. Intanto Traoré prova perfino la rabona, gesto che accende i tifosi ma resta un lampo isolato in una notte che tarda a finire. Per il resto è lo Spezia a tenere il pallino, a muovere il gioco, a dare l’idea di sapere cosa fare del pallone. Il Bari, invece, lo rincorre. Sempre un passo dietro, sempre in affanno.

Bellemo calcia da fuori e Cerofolini devia, Artistico si gira ma conclude senza cattiveria, Bonfanti sfiora il palo come a voler ribadire che la minaccia è costante. In mezzo, l’infortunio di Verreth che spezza ulteriormente il filo già fragile del centrocampo. Cuni prova uno strappo in rimpallo, un guizzo quasi casuale, ma anche lì Radunovic spegne tutto senza troppi patemi.

È questa la fotografia più amara: contro una squadra che sta lì, appena sopra, con un cammino non migliore del tuo, il Bari fatica comunque a imporsi. Soffre, si difende, concede campo e iniziativa. Ha messo il muso nell’area avversaria una volta soltanto, con Dorval, e null’altro. Il resto è un lento galleggiare, come se la malattia fosse cronica e nessuna medicina – nemmeno i quattro volti nuovi dal primo minuto – sembri davvero fare effetto. Anche stavolta, tutto sembra terribilmente uguale a prima.

Il Bari rientra in campo con un altro piglio, come se avesse finalmente deciso di provarci sul serio. Dorval accende subito la fascia sinistra, mette in mezzo palloni vivi, crea apprensione: prima Cavuoti spreca davanti a Radunovic, poi Traoré si presenta al pubblico con un destro potente da fuori che costringe il portiere a una grande parata. È un Bari diverso, più alto, più coraggioso, ed è proprio questo a far rabbia: quando vuole, questa squadra dimostra di saper giocare.

Lo Spezia però non scompare e colpisce in ripartenza: Aurelio attraversa il campo palla al piede, Cerofolini deve immolarsi per evitare il peggio. Con i cambi il ritmo si spezza, il Bari perde un po’ di spinta e lo Spezia torna a farsi vedere con maggiore continuità, sfiorando il gol in più di un’occasione. Rao prova a lasciare il segno, prima con un tiro sull’esterno della rete, poi con un bel guizzo che porta al tentativo alto di Pagano.

La partita scivola via così, senza trovare un padrone definitivo. Meglio lo Spezia nel primo tempo, meglio il Bari nel secondo anche se per solo una mezzora. Resta la sensazione di un’occasione mancata e di un Bari che, anche quando mostra segnali incoraggianti, continua a farlo a intermittenza.

Finisce con un pareggio che non sposta nulla, se non le lancette dell’orologio. E il tempo, quello sì, continua a correre. Bari-Spezia doveva essere la partita della svolta, la gara da vincere a tutti i costi, come si dice quando non hai più alternative come doveva essere quella di Mantova, come tante altre. E invece resta lì, sospesa, sterile. Classifica immobile, speranze che si assottigliano. “Aspettando Godot”, avrebbe scritto Beckett: ma qui Godot non arriva mai, e ogni domenica sembra la replica della precedente.

È stata una sfida che ha rispecchiato fedelmente la graduatoria: terzultima contro penultima, due squadre confuse, timorose, impaurite più di perdere che desiderose di vincere. Il Bari ha avuto una fiammata nel secondo tempo, un quarto d’ora in cui ha dato l’illusione di poter cambiare il copione, spinto dalla personalità di Traoré e da un paio di conclusioni che almeno hanno sporcato i guantoni avversari. Poi, come spesso accade, la luce si è affievolita. E nel finale, paradossalmente, si è anche rischiato di perderla se non ci avesse messo una pezza Pucino.

Per vincere certe partite serve qualità. E la qualità, oggi, è merce rara in biancorosso. Longo continua a cercare soluzioni, a sperimentare, ma il tempo degli esperimenti dovrebbe essere finito. Servirebbe decisione, identità, certezze. In campo, invece, si vede paura. Giocatori sfiduciati, che sembrano portarsi addosso il peso di mesi di randellate e pallonate. Una squadra senza autostima, come se fosse nata ieri e non avesse memoria di sé. E quando la testa vacilla, le gambe non aiutano.

C’è un problema evidente di condizione: la preparazione si fa a luglio, non a febbraio. Odenthal con i crampi, altri reduci da infortuni ancora lontani dalla forma migliore. È difficile chiedere intensità a chi non ha benzina. E allora viene da pensare che costruire una salvezza su giocatori fuori ritmo sia stato un azzardo pericoloso, quasi un’eutanasia calcistica. Una follia figlia di un mercato di gennaio lacunoso ed uno estivo peggiore, dove servivano uomini pronti e sono arrivati ragazzi, scommesse, profili fermi da tempo.

Intanto altrove, come all’Entella, si pesca perfino dalla Serie C con lucidità, prendendo giocatori pugliesi che stanno facendo la differenza. Il Bari, invece, osserva coi DS, viaggia, studia, ma poi porta a casa poco o nulla. E la domanda diventa inevitabile: davvero questa squadra può racimolare venticinque punti da qui alla fine? È difficile immaginarlo, con tutto l’affetto e l’ottimismo che si vuole concedere.

Manca chi dovrebbe dare sicurezze, certezze, manca colui il quale ci si possa appoggiare. Forse Traore ma è ancora molto presto per tirare la linea.

Il pareggio è giusto, forse inevitabile, per due squadre così modeste e impaurite. Una gara tra malati gravi che temono la diagnosi definitiva. E viene in mente un altro verso, più amaro: “E non finisce mica il cielo se la notte va via”. Il problema è che qui la notte non passa mai, e l’alba continua a restare un’ipotesi.

Massimo Longo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CAPTCHA ImageChange Image

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.