Dario Patruno
Chi ha pronunciato la frase “Vedi Napoli e poi muori”?
Sebbene la frase “Vedi Napoli e poi muori” sia comunemente associata a Johann Wolfgang von Goethe, pare che il celebre autore tedesco si sia semplicemente limitato a riportare un detto già in voga all’epoca. Com’è noto, Goethe visitò Napoli durante il suo viaggio in Italia tra il 1786 e il 1788, e rimase profondamente colpito dalla città. In particolare, in una cronaca risalente al 1787 scrisse:
“Della posizione della città e delle sue meraviglie tanto spesso descritte e decantate, non farò motto. “Vedi Napoli e poi muori!” dicono qui”.
Quindi bisognerebbe risalire all’origine del modo di dire. Secondo alcuni, proviene da un’usanza antica, per cui i condannati a morte si facessero sfilare lungo un percorso prestabilito per le vie di Napoli prima di arrivare al patibolo.
Dopo più di un secolo alcuni autori di canzoni napoletane produssero melodie eterne capaci di animare serate per creare armonia che fanno vibrare il cuore in un abbraccio misterioso.
Vivere una esperienza immersiva grazie ad un nuovo modo di essere nel mondo in dialogo tra popoli diversi è possibile? Sì. Quando è accaduto? Qualche giorno fa. Quaranta sacerdoti ortodossi ucraini presenti in Europa occidentale, riuniti alle porte di Bari per gli esercizi spirituali guidati dal loro Vescovo, si sono incontrati con alcuni amici del CIPO (Centro interculturale Ponte ad Oriente). Questa Associazione ha offerto una serata di canti napoletani eseguiti da due solisti straordinari provenienti da Taranto, dal titolo “Che cos’è l’amore a Napoli” i fratelli De Pasquale, Nicola, cantante e Fabrizio chitarrista.
Il repertorio ha spaziato da “Io Te vurria vasa’”/”Passione”/ Mandulinata a Napule/ A Santa allegrezza/ Era de maggio” per concludersi con “O sole mio”.
Questa canzone composta da Giovanni Capurro, giornalista e redattore delle pagine culturali del quotidiano Roma di Napoli, nel 1898 scrisse i versi della canzone affidandone la composizione musicale a Eduardo Di Capua. In quel tempo Di Capua si trovava a Odessa, nell’Impero russo, con suo padre, violinista in un’orchestra. La musica sembra essere stata ispirata da un episodio in cui Giovanni Capurro, trovandosi sul Mar Nero, iniziò a riflettere sul panorama di Napoli. Lasciandosi trasportare dai ricordi e dalla nostalgia, immaginò di essere nuovamente nella città partenopea. Alla fine applausi e ovazioni in un clima veramente bello.
Una nota rende il gesto credibile, era presente una ragazza di Mosca studentessa universitaria a Bari, venuta appositamente da Taranto, che ha commentato: “una serata bellissima e straordinaria!”.
A margine uno studente universitario, Alessio Favia, del corso di laurea in Filosofia mi ha dichiarato con un candore disarmante: “ho visto accadere qualcosa di raro: la bellezza farsi ponte. I canti napoletani, nati da una storia diversa, hanno parlato a cuori ortodossi senza bisogno di traduzione, mostrando che la verità passa per la musica, per l’arte, per l’umano. Ho sentito che le differenze non separano, ma custodiscono un mistero da condividere. In quel dialogo silenzioso tra culture ho riconosciuto il senso più autentico del CIPO: far incontrare mondi senza fonderli, lasciandoli brillare nella loro unicità”.
Sono i miracoli accaduti grazie all’intercessione di San Nicola. Prosit.
Sullo sfondo il desiderio di pace nella speranza che “domani è un altro giorno si vedrà” come cantava Ornella Vanoni nel 1972.
Le canzoni ci appartengono e organizzare e vivere questa serata è stata una esperienza da raccontare, a ulteriore dimostrazione che la vita raccontata in musica ci mostra un Dio vicino. Percepiamo ancora di più il Suo desiderio di incontrare gli uomini insieme, anche in situazioni e condizioni difficili per creare una reale fratellanza che guardi al Mistero dell’esistenza con volti nuovi, generando sguardi densi di attesa e speranza.
