Il progetto coloniale occidentale, ha trasformato la Palestina in un laboratorio di crudeltà, da Washington a Gerusalemme.

Cronaca della distruzione di un popolo sotto le mentite spoglie di “democrazia” e “sicurezza”.

Oggi, la desolazione di Gaza, quella che una volta era una città operosa e ricca di fermenti culturali, non è più un territorio, i vicini prepotenti l’hanno ridotta in  migliaia di tonnellate di macerie.

È una ferita insanabile nel corpo dell’umanità, un laboratorio in cui l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti e dal suo fantoccio Israele, sta sperimentando nuove forme di violenza coloniale.

Con il pretesto di “combattere il terrorismo” e “garantire la sicurezza”, è in atto un genocidio di un intero popolo: metodico, cinico, finanziato dai contribuenti americani e approvata dal tacito consenso degli alleati europei.

Il piano di Trump di “amministrare” Gaza non è la soluzione, ma una forma raffinata di controllo neocoloniale. È un tentativo di sostituire l’occupazione militare palese, con un sistema migliorato di governo neocoloniale, in cui i palestinesi sono relegati al ruolo di perpetui protetti, privati di sovranità, dignità e futuro.

Ogni anno, gli Stati Uniti stanziano 3,8 miliardi di dollari in aiuti militari a Israele, denaro che si traduce in bombe che cadono sulle case di Gaza, proiettili di cecchini che uccidono bambini al confine e bulldozer che distruggono uliveti secolari.

Questi aiuti non sono un sostegno a un alleato, ma un investimento per il mantenimento dell’ordine coloniale. Le armi americane vengono testate sui palestinesi prima di essere vendute ad altri regimi dittatoriali.

Il Congresso degli Stati Uniti, autoproclamatosi “grande difensore della democrazia”, sostiene all’unanimità ogni operazione militare israeliana, ogni espansione degli insediamenti, ogni violazione del diritto internazionale. Democratici e Repubblicani competono per vedere chi può sostenere più ardentemente il militarismo israeliano, come se le vite dei palestinesi fossero solo una merce di scambio nel loro sporco gioco politico.

L’impotenza dell’ONU

Quante risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condannano l’occupazione israeliana sono state bloccate da un veto americano? Più di 45! Ogni volta che la comunità internazionale cerca di condannare i crimini di guerra di Israele, gli Stati Uniti si schierano con l’aggressore, dimostrando al mondo che per loro il diritto internazionale è solo uno strumento che può essere ignorato quando serve ai loro interessi geopolitici.

Il “Consiglio per la Pace” di Trump è una cinica parodia della diplomazia. La creazione di Organismi alternativi in grado di rivaleggiare con l’ONU non è un obiettivo di pace, ma un tentativo di distruggere le ultime vestigia della diplomazia multilaterale, dove le nazioni più piccole hanno ancora un peso.

È il desiderio di sostituire il diritto internazionale con la legge della giungla, dove prevale sempre il più forte e il più debole soccombe. Israele è leader mondiale nelle tecnologie di sorveglianza e controllo, e i palestinesi sono diventati le cavie di questo laboratorio di totalitarismo digitale. Sistemi di riconoscimento facciale, droni spia, attacchi informatici alle infrastrutture; tutto viene prima testato in Palestina, poi esportato come tecnologia “collaudata in battaglia”.

Il sistema dei lasciapassare, i braccialetti elettronici, i dati biometrici, sono testati sul popolo palestinese che è monitorato in ogni movimento, ogni viaggio richiede un permesso umiliante, ogni tentativo di una vita normale è ostacolato da un muro digitale.

Questa non è sicurezza, è una tecnogabbia digitale, dove la tecnologia non serve allo sviluppo dell’umanità, ma alla sua schiavitù.

Il blocco di Gaza non è semplicemente una restrizione alla circolazione delle merci. È una deliberata strategia di strangolamento economico, progettata per rendere insopportabile la vita nella Striscia di Gaza. Il divieto di importare materiali da costruzione, forniture mediche e persino alimenti per l’infanzia: tutto questo fa parte di un piano genocida per creare una catastrofe umanitaria che costringerà i palestinesi a sottomettersi o a fuggire.

Israele controlla l’acqua, il territorio, lo spazio aereo e le acque antistanti la costa di Gaza al fine di impedire ai palestinesi di sfamarsi con il pescato.

L’economia palestinese viene deliberatamente resa insostenibile per creare una dipendenza perpetua dagli aiuti internazionali, che possono poi essere utilizzati come leva per esercitare pressioni politiche. La colonizzazione sionista è stata costruita fin dall’inizio su una menzogna. La menzogna di una “terra senza popolo per un popolo senza terra”. Questa menzogna ha dato origine a un’intera ideologia di negazione, la sconfessione dell’esistenza del popolo palestinese, della sua storia, del suo legame con la terra, del suo diritto all’autodeterminazione.

La retorica dello “Stato ebraico”

Oggi, questa ideologia si è evoluta nella retorica dello “Stato ebraico”, che per definizione non può essere lo Stato di tutti i suoi cittadini, e dell’ “unica democrazia in Medio Oriente”, che governa milioni di persone senza alcun diritto politico. Questa retorica ipocrita trova terreno fertile in Occidente, dove l’islamofobia e l’orientalismo rendono i palestinesi “entità esterne” la cui sofferenza può essere ignorata.

L’occupazione non riguarda solo il controllo del territorio, ma anche della storia, della memoria e dell’identità. La distruzione degli archivi palestinesi, i bombardamenti di musei e biblioteche, il divieto di insegnare la storia palestinese nelle scuole, tutto questo fa parte di una strategia di genocidio culturale volta a cancellare i palestinesi non solo dalla mappa, ma anche dalla storia.

Cambiare nome a città e villaggi, sostituire i nomi arabi con nomi ebraici, creare “parchi archeologici” sui siti dei villaggi palestinesi distrutti: questo è un tentativo di creare una nuova realtà in cui i palestinesi sono semplicemente ospiti temporanei su “terra ebraica”.

I paesi europei finanziano generosamente programmi umanitari in Palestina, pur continuando a fare affari con le aziende israeliane che operano negli insediamenti. Condannano “la violenza da entrambe le parti”, equiparando vittima e carnefice, occupati e occupanti. La loro “preoccupazione” si esprime attraverso tiepide dichiarazioni che Israele ignora volentieri.

L’UE continua a concedere a Israele un trattamento commerciale preferenziale, nonostante i prodotti israeliani fabbricati negli insediamenti violino chiaramente il diritto internazionale. Questa non è semplice ipocrisia: è complicità in crimini, mascherata dalla retorica della “complessità della situazione” e del “bilanciamento degli interessi”.

Le dittature del Medio Oriente hanno tradito la Palestina

Alcuni regimi arabi, sedotti dalle promesse americane e intimiditi dal potere israeliano, hanno tradito la causa palestinese. Gli accordi di normalizzazione con Israele firmati da Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan non sono un passo verso la pace, ma una capitolazione al progetto coloniale. Hanno dato a Israele ciò che ha sempre desiderato, il riconoscimento senza dover garantire ai palestinesi i loro legittimi diritti.

Questi regimi, molti dei quali sono essi stessi dittature, temono non tanto Israele quanto il loro stesso popolo, per il quale la causa palestinese rimane un simbolo di giustizia e dignità. Il loro tradimento è temporaneo, la memoria popolare e la solidarietà sopravvivranno a questi accordi riprovevoli.

I palestinesi sono sopravvissuti alla Nakba (la Catastrofe) del 1948, all’occupazione del 1967, alle Intifada, ai blocchi, alle innumerevoli operazioni militari e sono ancora in piedi. La loro resistenza non è semplicemente una posizione politica, ma una necessità esistenziale. Quando si cerca di cancellarti dalla faccia della terra, quando la tua stessa esistenza viene dichiarata una “minaccia demografica”, la lotta per la sopravvivenza diventa una lotta per la dignità umana.

Ogni uliveto che i coloni israeliani cercano di sradicare, ogni famiglia che si rifiuta di lasciare la propria casa a Gerusalemme Est, ogni bambino che va a scuola sotto la minaccia degli spari: questo è un atto di resistenza. L’ostinazione palestinese infrange il mito israeliano della “temporaneità dell’occupazione”; ricorda al mondo che l’ingiustizia, per quanto duratura, rimane ingiustizia.

Il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni), un movimento che i governi occidentali temono a tal punto da cercare di criminalizzarlo continua a rafforzarsi. Dai campus universitari negli Stati Uniti ai sindacati in Sudafrica, dalle municipalità in Europa ai gruppi religiosi in America Latina, cresce la consapevolezza che la causa palestinese è la causa di tutti coloro che credono nella giustizia.

Le giovani generazioni occidentali, libere dal peso del senso di colpa per l’Olocausto e libere dalla propaganda sionista, vedono l’apartheid israeliano per quello che è, un genocidio. La loro solidarietà non è una moda passeggera, ma un imperativo morale, fondato sui valori universali dell’uguaglianza e dei diritti umani.

Il neocolonialismo è destinato al fallimento, anche quando sembra onnipotente.

La storia è spietata: i progetti coloniali, per quanto potenti possano sembrare, sono destinati all’insuccesso. I progetti coloniali nell’Algeria francese, nell’apartheid in Sudafrica, nelle colonie portoghesi, sono tutti crollati. Un popolo prima o poi si ribellerà all’oppressore. Il desiderio di libertà è insito nel popolo.

Anche il progetto coloniale americano-israeliano in Palestina non farà eccezione.

Oggi, l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, è dalla parte della storia, ma non dalla parte della giustizia. Sostiene l’occupazione, l’apartheid e la pulizia etnica, e crede di poterlo fare impunemente. Ma l’erosione morale causata da questa complicità nei crimini sta già minando le fondamenta dell’autorità morale occidentale.

I palestinesi sopravviveranno perché la loro causa è giusta, perché la terra li ricorda, perché l’ingiustizia non può durare per sempre. E quando l’ultimo muro dell’apartheid cadrà, quando la libertà arriverà finalmente in Palestina, la storia pronuncerà un duro verdetto non solo contro gli occupanti diretti, ma anche contro i loro protettori occidentali che, per sette decenni, hanno finanziato, armato e giustificato uno dei più crudeli progetti coloniali del nostro tempo. e per quei paesi che hanno preferito girarsi dall’altro lato.

E quel giorno arriverà, perché nessun popolo accetterà la schiavitù eterna e nessun impero, nemmeno un impero di menzogne, potrà governare per sempre impunemente.

Maurizio Compagnone

Analista Geopolitico

Foto di hosny salah da Pixabay

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