Matteo Renzi, l’uomo che non decide

Biografia di un leader che si racconta come motore della storia mentre vive di delega, narrazione e sacrifici altrui

Dietro il mito del “rottamatore” e del decisionista resta un vuoto ontologico: quando non vuoi decidere, mandi al macello chi ancora prova a farlo

C’è una categoria politica che attraversa la Seconda Repubblica come un virus silenzioso: il decisore che non decide. Non governa davvero, non sceglie fino in fondo, non si assume il peso ultimo delle conseguenze. Però si presenta come tale. Anzi: si spaccia per decisore. Matteo Renzi è il caso di studio perfetto. Non per una colpa morale, ma per una questione più profonda, quasi ontologica: il suo rapporto con il potere non è mai stato quello della decisione, ma quello della narrazione della decisione.

La biografia ufficiale è scintillante. Sindaco giovane, presidente del Consiglio under 40, leader che promette velocità, coraggio, futuro. Jobs Act, riforme, slogan che suonano come playlist motivazionali. Ma sotto questa superficie iperattiva c’è un paradosso: Renzi non ama decidere quando la decisione implica una perdita irreversibile. Preferisce spostare il peso, alzare il livello simbolico, trasformare ogni scelta in un referendum su sé stesso o, meglio ancora, su qualcun altro.

È qui che nasce il massacro del decisore politico.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Renzi costruisce una cornice in cui la decisione sembra necessaria, urgente, storica. Poi però la carica esplosiva non la innesca lui fino in fondo: la consegna a un evento, a un voto, a un avversario, a un “contesto”. Quando va male, il decisore vero – quello che ci ha messo la faccia – viene sacrificato. Quando va bene, la narrazione torna a lui, ripulita, rielaborata, rivendicata.

Il caso del referendum costituzionale del 2016 non è stato un incidente: è stato il suo atto fondativo. Renzi non ha perso perché ha deciso troppo. Ha perso perché ha trasformato la decisione in una prova di forza personale, salvo poi scoprire che il Paese non voleva essere usato come specchio del suo ego politico. Da lì in poi, la sua traiettoria è cambiata: meno governo diretto, più influenza laterale; meno responsabilità esecutiva, più commento permanente.

Ed eccoci all’oggi. Renzi osserva, commenta, punzecchia. Dice che Giorgia Meloni ha paura di fare la sua fine. E ha ragione. Non perché Meloni sia uguale a lui, ma perché conosce benissimo la trappola: personalizzare una decisione senza controllarne davvero gli effetti significa offrirsi in sacrificio sull’altare dell’opinione pubblica. Meloni lo sa e prova a muoversi in equilibrio, ma Renzi è lì, come un fantasma del futuro, a ricordarle cosa succede quando confondi leadership e storytelling.

Nel dibattito sul referendum, il gioco è scoperto. Nessuno parla davvero di merito. Si parla alla pancia, alla curva, all’algoritmo. Renzi in questo ambiente è a casa: non prende posizione netta, non dice come voterà, denuncia la personalizzazione mentre la pratica da anni in forma indiretta. È l’arte della non-decisione strategica: qualsiasi esito sarà comunque spendibile. Se vince il Sì, aveva ragione il riformismo. Se vince il No, era un diversivo mal congegnato. Lui resta sempre fuori dal perimetro della responsabilità finale.

Anche sul piano personale il copione non cambia. Redditi, incarichi, consulenze, case acquistate, bracci di ferro burocratici. Tutto formalmente legittimo, tutto comunicato come battaglia di principio. Ma anche qui il punto non è la legalità: è il messaggio. Renzi costruisce l’immagine di chi sfida il sistema, mentre si muove perfettamente dentro le sue pieghe. Non decide contro il sistema, negozia col sistema. E poi racconta quella negoziazione come se fosse un atto eroico.

Ontologicamente, Renzi non è un decisore perché la decisione, per lui, è sempre reversibile sul piano simbolico. Può essere riscritta, reinterpretata, ribaltata in libro, newsletter, evento alla Leopolda. La decisione vera, quella che ti inchioda a un prima e a un dopo, quella che ti rende responsabile davanti a chi perde, non gli appartiene. E quando qualcuno prova a esercitarla davvero, lui è pronto a spiegare perché è sbagliata, tardiva, mal posta. Il decisore diventa così la vittima sacrificale di un sistema che Renzi conosce benissimo e sa maneggiare meglio di chiunque altro.

Per questo Meloni ha paura. Non di Renzi in sé, ma del suo precedente. Del destino di chi, credendosi leader forte, finisce triturato tra astensione, rabbia diffusa e campagne che parlano di tutto tranne che di ciò che conta davvero. Renzi è il promemoria vivente che il potere senza decisione sopravvive, mentre la decisione senza rete ti ammazza politicamente.

Alla fine, il suo ritratto è sconcertante proprio per questo: non è il politico che sbaglia scegliendo. È il politico che vince restando sempre un passo indietro rispetto alla scelta finale. In un’epoca che chiede responsabilità, lui offre commento. In un tempo che chiede coraggio, lui offre intelligenza tattica. Funziona, certo. Ma il prezzo lo pagano sempre gli altri.

 

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