© foto di SSC Bari
La giornata sembrava apparecchiata: risultati favorevoli, occasione ghiotta per tornare almeno a respirare nella zona rossa. Il Bari di Longo, davanti a pochi ma coraggiosi spettatori intirizziti, aveva il dovere di entrare in campo con l’atteggiamento feroce visto solo a sprazzi contro lo Spezia. Ma davanti non c’era un avversario qualsiasi. Il Südtirol arrivava da sei risultati utili consecutivi, con scalpi pesanti come Monza e Catanzaro e imprese esterne a Empoli. Squadra solida, senza retorica, venuta a Bari con l’idea chiara di colpire un avversario ancora clinicamente instabile. E quando sei malato grave, basta un soffio per ricadere nel dramma.
3-4-2-1 il modulo scelto da Longo con questa formazione: Cerofolini, Cistana, Odenthal, Mantovani preferito a Pucino, Mane al posto di Dikmann, Braunoder, Traore confermato, Dorval, oggi eccezionalmente e forse anche orgogliosamente capitano, Cavuoti e Piscopo dietro a Çuni che non è attaccante ma quantomeno non dà punti di riferimento agli avversari, un modo come un altro per provare a cambiare qualcosa in seno ad una situazione dove c’è poco da cambiare.
Adamonis
Il primo tempo è stato la fotografia di un Bari che entra in campo come si entra in una stanza buia: a tentoni, con la paura di urtare qualcosa. Il Sudtirol prende subito il pallino, lo accarezza, lo gestisce, mentre i biancorossi lo inseguono come se scottasse. Timorosi, contratti, impacciati. Errori individuali che diventano collettivi: Piscopo e Mane evanescenti, Cistana e Mantovani che in due si fanno sovrastare da un solo attaccante. Più che marcature, carezze.
L’episodio che potrebbe cambiare l’inerzia arriva quasi per caso: lo spunto di Cuni, Kofler lo stende, secondo giallo per gli altoatesini e punizione invitante. Ma anche lì il Bari si ferma sulla barriera, come se oltre quel muro non avesse immaginazione. Cavuoti calcia, il pallone si spegne e con lui l’illusione.
È una partita brutta, sporca, di quelle che non decollano. Lo si sapeva. Ma qui manca soprattutto un’idea. In avanti Piscopo, Cavuoti e Cuni si cercano senza trovarsi, manca qualità, manca un centravanti vero, uno che faccia reparto e non l’adattato di turno. L’unico lampo è una ripartenza improvvisa di Cavuoti che pesca Cuni: tiro che sfiora il palo, primo e quasi unico sussulto.
Per il resto è il Sudtirol a tirare e a prendere puntualmente a pallonate i biancorossi, a tenere palla, a dare la sensazione di sapere cosa fare. Anche senza fare nulla di trascendentale, mette palloni in area, costringe il Bari a rincorrere. Davi serve un pallone al bacio per Pecorino, Odenthal e Mantovani restano a guardare e solo l’imprecisione salva i biancorossi.
Non c’è criterio, non c’è logica, solo improvvisazione. E per salvarsi serve personalità, non paura. A fine primo tempo i fischi sono inevitabili, quasi liberatori. Giocatori fuori ruolo, mai davvero dentro la partita, una delle gare più brutte viste finora. Ma ormai lo si dice ogni domenica e non fa più notizia. Il Sudtirol non incanta, ma almeno tira, almeno prova. Il Bari no. E questo, se si coltivano ancora speranze di salvezza, è il dato più inquietante.
Il secondo tempo avrebbe dovuto essere la scossa. È diventato il certificato di resa.
Longo ridisegna qualcosa, cambia uomini, prova a cambiare facce alla paura: dentro Moncini e Rao, nel Sudtirol entrano Tait e Merkaj. Ma la differenza la fanno proprio loro, i subentrati in maglia bianca. Bastano pochi minuti e da un’azione confusa, figlia dell’ennesima marcatura distratta, Merkaj – servito da Tait – trova il varco che il Bari spalanca con la solita leggerezza. Mane resta a metà strada, l’area diventa terra di nessuno. E lì dentro il Sudtirol ci si sente a casa.
Da quel momento è un tiro al bersaglio. Cerofolini tiene in piedi quel che resta con una parata su Pecorino, poi Braunoder devia in angolo un’altra conclusione. I bolzanini fanno quello che vogliono: possesso, ritmo, inserimenti. Il Bari è alle corde, scollegato, stanco prima ancora che rassegnato. Se il primo tempo era stato brutto, il secondo è il suo gemello peggiorato.
Non si entra in area, non si tira, non si costruisce. Il nulla, appunto. Un lampo di Rao sembra aprire uno spiraglio, un raggio timido in un cielo grigio, ma si spegne in un angolo da cui Cistana stacca di testa senza trovare la porta. Anche i cambi successivi – Gytkjaer e Artioli dentro – non modificano l’inerzia. Gli errori continuano, gli orrori pure. Sotto di un gol, il Bari non aggredisce, non alza il baricentro, non prova a imporre qualcosa. Lascia il pallone agli altri, come se fosse un favore.
E siccome il nulla non basta, arriva anche l’autolesionismo: autorete di Mane. Un colpo di grazia che consegna lo 0-2 e spegne quasi tutto. Dentro pure Esteves, ultima mossa, ultimo tentativo di dare un senso a una serata che senso non ne ha.
All’80’, Rao inventa un assolo, un gol bello che riaccende una fiammella. Si esulta per dovere, più che per convinzione. Perché crederci è obbligatorio, sempre. Ma la reazione è confusa, rabbiosa senza lucidità, più figlia della disperazione che di un’idea. Si corre, si spinge, ma senza criterio. Troppo tardi, troppo poco.
Finisce la partita e finisce un’altra agonia. Perché di questo si tratta: un’agonia lenta, reiterata, che non fa più rumore ma consuma. E il secondo tempo, più del primo, è stato il racconto impietoso di una squadra che non riesce a essere squadra.
È notte fonda. Non una notte qualunque, ma quella che Dante metterebbe all’ingresso dell’Inferno: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Il Bari precipita e non fa più rumore. Fa abitudine.
La classifica ormai si legge con il pallottoliere, non con le illusioni. Si parla di matematica, non di gioco. Ogni partita è un’agonia uguale alla precedente. Viene quasi voglia di non scrivere più, di consegnarsi al silenzio. Prepararsi ai campi di Cerignola, Casarano e Altamura come si accetta una diagnosi. Prima lo si fa, prima si smette di fingere. E mettiamo in conto anche sei sconfitte perché state pur certi che queste tre squadre daranno il mille per cento nel loro derby storico come sempre accaduto nella storia del Bari in situazioni analoghe.
La squadra è nata fragile a luglio e rattoppata a gennaio senza un vero progetto. Non c’è struttura, non c’è identità. Longo ha avuto poco tempo, è vero, ma questo non può bastare. Ha messo dentro i nuovi senza conoscerli davvero, ha cercato soluzioni nel buio. Oggi si devono vincere le partite, non amministrarle. E allora perché iniziare con Cuni unica punta, che punta non è e che segna con la frequenza di un’eclissi? Perché lasciare Rao, uno dei pochi con spunto e gamba, a guardare il primo tempo? Il calcio è complicato, certo. Ma a volte è terribilmente semplice.
Il centrocampo resta un enigma doloroso. Verreth e Braunoder non hanno dato certezze, anzi diciamocelo senza filtri: sono due autentici bidoni arrivati a Bari come tanti ne capitano. Dispiace per Verreth che forse gioca condizionato dal dramma familiare; con Esteves e Artioli forse qualcosa può migliorare, ma è pericoloso aggrapparsi alle impressioni. Non ricordiamo, a memoria d’uomo, un reparto così fragile negli ultimi sessantanni. E se prendi giocatori fermi da mesi o reduci da infortuni seri, come avevamo anticipato suonando il campanello di allarme nei nostri precedenti articoli, non puoi aspettarti miracoli. Non è cattiveria, è fisica.
La sconfitta è meritata. Merkaj entra e cambia la partita con energia e fame. I cinque del Bari, salvo Rao, la peggiorano. Mane continua a smarrirsi in marcatura, Braunoder resta modesto. È una squadra senza anima, senza valori riconoscibili. Una squadra lasciata alla deriva.
Retrocessione programmata? No, sarebbe un’accusa grave che chiamerebbe in causa Procure e tribunali sportivi. Però è lecito pensare che la caduta sia stata messa in conto. Altrimenti a gennaio sarebbero arrivati ben altri profili. E invece il mercato ha finito per aggravare la situazione.
I tifosi continuano a fare la loro parte, in casa e in trasferta come in poche città al mondo. Non è la stampa, non è il popolo biancorosso a generare questo disastro. Le umiliazioni nascono altrove. E quando l’amore viene tradito troppe volte, la reazione non è il fischio: è il silenzio. Un silenzio che ricorda quello evocato da Salvatore Quasimodo in “Ed è subito sera”: “Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera”. Quel raggio, a Bari, sembra essersi spento troppo in fretta, lasciando solo una solitudine collettiva, uno stadio che si svuota non per disinteresse ma per stanchezza morale.
Dopo Bari-Cagliari qualcosa si è rotto. Si pensava che una proprietà forte potesse costruire crescita e stabilità. Oggi si è a un passo dalla C, e ripartire sarà durissimo. In D, anni fa, la gente stette accanto alla squadra perché non era colpevole del proprio destino. Stavolta sarebbe diverso. Stavolta la società rischia di restare sola.
Questo Bari avrebbe problemi perfino in Serie C, forse oltre. È un pensiero amaro, ma reale. “Il naufragar m’è dolce in questo mare”, scriveva Leopardi. Qui non c’è dolcezza, solo naufragio.
Notte fonda, dunque. E qualcuno, prima o poi, dovrà accendere una luce e assumersi la responsabilità di averla spenta. Perché Bari merita altro. Merita di gioire, di tornare popolo, comunità sportiva. Oggi bisogna ripartire. Non da zero. Da sottozero.
Massimo Longo

