Ciò che è accaduto ieri, 14 febbraio 2026, al supermercato di Bergamo è la risposta più evidente a chi mi chiede perché non mi “espongo” maggiormente sui social, perché i miei modi sono abbastanza diplomatici, il motivo del “dico e non dico” visto il mio impegno sulla violenza donne e i crimini verso i minori.
Sugli abusi, orrori abietti e crudeli verso il mondo dei minori abbiamo sempre posto l’accento con un riguardo particolare, grazie anche all’impegno del Dipartimento “Promozione Sociale” dell’Accademia delle Arti e delle Scienze filosofiche con cui dirigo il progetto “Ciò che Caino non sa” a valenza socioculturale.
Ho sempre affermato che bisogna allarmare, mettere sulla difensiva, informare per prevenire “ma”, con metodo e cognizione di causa, perché non tutti sono “pronti” per tali notizie sconcertanti che bisogna contestualizzare, a seconda del luogo e degli interlocutori, soprattutto dinanzi a una platea altamente eterogenea comprendente anche i minori, nel qual caso cambia completamente l’approccio. Ed è quanto cerchiamo di fare, pur con tutti i nostri limiti.
Le piattaforme “social” invece sfuggono a qualunque classificazione essendo un terreno promiscuo, infido e non controllabile, fertile non solo per persone di buona volontà, ma per individui, spesso celati anche dietro nickname, appartenenti ai profili psicologici più disparati, a partire da quello più fragile per cui le notizie forti possono risultare disturbanti o destabilizzanti; o il profilo indifferente che procede sulla strada del cinismo se non addirittura dello scherno (gridando al “complottismo”, termine così usato e abusato); o quello del criminale vero e proprio. Il peggio che può accadere è “regalare”, diffondere informazioni allettanti a individui deviati, sociopatici/psicopatici di ogni sorta, disadattati privi di coscienza morale o esagitati, sbandati, disperati al punto da essere disposti a tutto, con la conseguente propensione all’emulazione laddove si intraveda uno spiffero lucroso, che sia illecito o amorale non importa. Rischio altamente realistico.
Per questo e tante altre ragioni, impossibili da analizzare, hic et nunc, l’informazione e la prevenzione vanno dirette con metodo, nei luoghi preposti (convegni, seminari, scuole, palestre, oratori, enti etc) affiancati da figure qualificate che sappiano interagire, sensibilizzare e informare, a seconda degli interlocutori perché, ahimé, pur con tutte le buone e lodevoli intenzioni dettate dalla rabbia e dallo sconcerto, rischiamo di aprire la strada all’emulazione di gesti inqualificabili e pericolosi e anche qui potremmo citare decine di esempi (compresi gli atti di bullismo e violenza giovanile).
Alla luce di quanto accaduto anche gli interventi più basilari risultano ormai inefficaci e di certo oggi servono nuove strategie e metodologie per tutelare le famiglie, magari una specie di “porta a porta”, un vis à vis per l’autodifesa. Ma serve muoversi, in fretta, perché il terrore, il raccapriccio e lo sdegno si toccano con mano.
Ciò che è accaduto ieri è inaudito, spaventoso. Cercare di strappare una bimba dalle braccia (mani) di una madre è di un’avventatezza pazzesca, tipica di chi non teme nulla e sfida ogni regola civile e morale, di chi non teme giustizia terrena né Suprema.
Adesso che si fa? Non siamo solo in pericolo, non siamo più “una società”, i nostri antenati non ci hanno tramandato i criteri di sopravvivenza per difenderci dalle belve, però potremmo tornare a rifugiarci sulle palafitte che non ci staremmo male. Alternativa! Microchip ai bimbi come ai cagnolini? E pensare che ho visto molti inorridire per la richiesta dell’esercito nelle città.
“Ciò che vedete e di cui sapete non è che la punta dell’iceberg. Il crimine e il vero orrore è tutto ciò di cui non si sa e non si dice”… parole che da quel giugno 2024 mi sono rimaste nella mente.
A pronunciarle fu Claudio Lecci, dall’alto della sua lunga esperienza in campo, oggi “Dirigente Superiore Onorario della Polizia di Stato”, relatore durante la cerimonia conclusiva di “Ciò che Caino non sa” a Foggia, presso la Sala del Tribunale. Per tre edizioni consecutive lo abbiamo fortemente voluto fra noi, come testimone e uomo di immensa sensibilità e altezza morale. Argomento centrale in quel momento era la violenza sui minori, su cui Lecci si è largamente espresso, non senza una palese emozione dettata da ricordi angoscianti, esternati con la dovuta cautela a vantaggio di un pubblico comprendente le più disparate età, anche fasce scolastiche.
Tematica scottante ripresa poi dall’intervento di Annalisa Loconsole, in rappresentanza di “Penelope Puglia” di cui è Presidente. Come molti di voi sanno L’Associazione Penelope, presidente nazionale avv. Nicodemo Gentile, si occupa essenzialmente di persone scomparse (spesso in collaborazioni con “Chi l’ha visto” diretto da Federica Sciarelli). Con la dott.ssa Loconsole avevamo preventivato di relazionare sulla scomparsa dei minori di cui i media non informano affatto. Solo in Italia, ad oggi, scompaiono circa 60 bambini al giorno; i dati nei primi sei mesi del 2024 attestano denunce per la scomparsa di 8.000 minori (ci sono poi quelli di cui nessuno denuncia), quasi la metà stranieri. I minori stranieri scompaiono dai centri di accoglienza o, ancora prima di arrivarci, visto che sono sprovvisti, per lo più, di documenti, ma svaniscono anche tantissimi minori di nazionalità italiana. Il numero è impressionante, e la maggior parte di essi non verrà più ritrovata.
Ci siamo chiesti il motivo del silenzio, abbiamo avanzato vaghe risposte, le vere risposte le avevamo chiare dentro di noi, guardandoci negli occhi perché, come spesso ho affermato, sulla scia della stessa convinzione di Claudio, ci sono cose che non vanno dette perché non siamo pronti ad accettare l’incomprensibile, il macabro, la bestialità umana ma almeno bisogna aprire dei varchi per far capire, far riflettere in maniera da innescare meccanismi atti alla ricerca della verità e alla possibile prevenzione.
Oggi, nonostante le diatribe sul Referendum, le divisioni sociali (a voler essere buoni) sul pestaggio al poliziotto, le notizie dei conflitti bellicci, il massacro disumano in Iran (soprattutto delle donne), arriva alla ribalta lo scandalo Epstein, ribalta dovuta all’attenzione della solita informazione: “informata di poter informare”… diciamo che l’informazione del mainstream ha ricevuto il lasciapassare per cose già risapute ma di cui non si poteva/doveva parlare. “Cui prodest” oggi? Sì perché esiste sicuramente una risposta se hanno “buttato nell’arena” un capro espiatorio visto che, anche grazie alla rete, negli ultimi anni, le notizie del mondo degli orrori riuscivano ad aggirare la censura.
Tutto ciò che è venuto fuori dalla bolgia infernale della élite criminale, mostruosa, mondiale era già noto e ormai impossibile da secretare ancora a lungo. Bisognava sacrificare qualche nome per fingere una presunta moralità, una presa di coscienza tutta umana ma non crediate che sia finita qui né che avverranno condanne esemplari. perché, come mi ha insegnato una cara amica, “cane non mangia cane”.
Mi sono data da sola una risposta sul perché solo rari casi di scomparsa minori diventano di dominio pubblico e riguardano solo i casi in cui le indagini sono circoscritte all’ambito o faide familiari. Sulle altre scomparse cala il silenzio.
E se ora l’attenzione pubblica è dirottata su Epstein e i celebri compagni di merenda, sulla famosa isola delle bestie e tutto il cucuzzaro elitario è solo perché sta cambiando il modus operandi, non certo l’agito, perché l’elenco è lungo non si limita certo a qualche nome dato in pasto alla gente per fingere che esista la giustizia.
Una maniera per far credere che le cose cambieranno affinché non cambi mai nulla per tenere il gregge chiuso nell’ovile.
Ma almeno da domani, quando parleremo di ciò che c’è sotto la punta dell’iceberg non saremo più tacciati di pazzia, saremo più credibili nonostante la riluttanza, tutta umana, nel parlare di adenocromo, espianto e traffico di organi, cannibalismo, torture, sacrifici umani, tutti successivi al TRAFFICO UMANO e quanto di più orribile una mente sana si rifiuta perfino di immaginare.
Ma noi siamo noi, alla ferocia bestiale non c’è limite… purtroppo.
Possiamo solo sperare nell’arginare il male, sperare che faccia meno male e che vengano salvati quanti più bambini possibili dalle fauci della piramide degli orrori e dalla fame bestiale dei disumani che si illudono di poter vincere le leggi universali aspirando alla immortalità, non sapendo di essere già solo corpi in putrefazione.
Maria Teresa Infante La Marca
Fondatrice “Ciò che Caino non sa”
(violenza donne e minori)
Dipartimento “Solidarietà e Promozione Sociale”
Accademia delle Arti e delle Scienze filosofiche
