Le parole del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che ha accusato chi votava si al referendum sulla giustizia di essere un corrotto, massone, e poteri deviati, è solo l’ultimo episodio che dimostra come la sinistra stia cercando di strumentalizzare politicamente un referendum che invece dovrebbe essere tenuto fuori dalla politica, proprio perchè il senso dello stessa riforma sarebbe proprio quello di liberare la magistratura dalle ingerenze delle politica. L’affermazione del dott. Nicola Gratteri non è un’opinione ma un insulto: equipara milioni di cittadini a soggetti moralmente indegni solo per la loro scelta di voto.

“Un magistrato non può usare parole che dividono e diffamano. Quando lo fa, non danneggia solo sé stesso ma la credibilità dell’intera magistratura. Dopo le false affermazioni attribuite al dott. Giovanni Falcone, questa ennesima forzatura conferma una preoccupante recidiva comunicativa che inquina il confronto elettorale con disinformazione e allarmismo.” Ha scritto il comitato delle unioni penali.
Ma le affermazioni di Gratteri seguono quelle di Roberto Saviano, secondo cui chi vota si aiuterebbe la mafia, oppure quelle di chi, come il Fatto quotidiano, basandosi su interviste mai fatte, ha rilanciato una presunta contrarietà alla separazione della carriere in magistratura di Borsellino e Falcone ( notoriamente invece da sempre favorevole alla separazione).
Giorgia Meloni intanto preferisce occuparsi ( e bene ) di politica internazionale, e lasciare le polemiche alla sinistra, che sembra sempre più in difficoltà di fronte a numeri che premiano l’azione del governo sia sul piano interno che su quello internazionale.
Eppure se si scendesse nel merito si potrebbe anche elevare il dibattito su una questione che riveste una grande importanza per i cittadini, e che questo governo sta cercando di risolvere dopo decenni di quasi totale lassismo. Si potrebbe discutere di sorteggio dei giudici del Csm ( cosa di cui era favorevole anche lo stesso Marco Travaglio, uno dei frontman del no) che dovrebbe una volta per tutte togliere i magistrati stessi da quell’alone di intoccabilità che li rende da anni simili ad una sorta di casta. Oppure potrebbe finalmente liberare la gran parte dei magistrati dalla eccessiva politicizzazioni di una parte dei magistrati che controllano le correnti. Oppure si potrebbe parlare dell’alta corte di disciplina, un organo che dovrebbe finalmente mettere anche i magistrati nelle condizioni di potere e dover pagare per gli eventuali errori commessi.
Insomma la sinistra dimentica di entrare nel merito della stessa riforma, per gettarsi in una sorta di manichea lotta politica contro l’odiata premier. Forse anche perchè se si entrasse nel merito, qualcuno potrebbe rendersi conto che la separazione delle carriere è sempre stata una riforma cardine del Pd ( come dimostrato dalla famosa mozione del 2019, a cui aderì anche l’attuale responsabile della giustizia del Pd Deborah Serracchiani). Oppure si preferisce buttala in caciare per non creare ulteriori divisioni all’interno di un partito che ha all’interno una larga componente che è favorevole alla riforma nel merito, ma che per opportunità politica lo nasconde ( mentre alcuni riformisti voteranno comunque si ).

” il Sì non nasce contro qualcuno, ma a favore di un’idea di processo e di garanzie che il centrosinistra ha elaborato nel tempo e che oggi rischia di essere rimossa”. Enrico Morando, presidente di Libertà Eguale ed ex sottosegretario all’Economia, lo ha scritto con chiarezza nei giorni scorsi: ridurre il referendum a un voto “di schieramento” significa eludere il merito e tradurre anche questa riforma nel consueto schema “o noi o loro”. Un copione che la sinistra ha già pagato caro in passato.

Votare si sarebbe una questione di coerenza, cosa di cui la sinistra sembra ormai da tempo aver perso le tracce. La separazione delle carriere viene rivendicata come il completamento logico del passaggio al processo accusatorio, avviato con la riforma del codice di procedura penale alla fine degli anni Ottanta e consacrato nel 1999 con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione sul giusto processo. Accusa e difesa poste in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale non sono uno slogan, ma una struttura. E quella struttura – sostengono i promotori – resta incompiuta finché giudici e pubblici ministeri continuano a condividere la stessa carriera e lo stesso organo di autogoverno.

A ricordare quanto questa impostazione fosse, in passato, largamente condivisa nel centrosinistra è anche il percorso personale di Stefano Ceccanti, costituzionalista e protagonista diretto di quelle stagioni. All’inizio degli anni Novanta, all’indomani della riforma Vassalli, la separazione delle carriere era considerata da molti il naturale corollario del nuovo rito accusatorio. Nei lavori della Bicamerale D’Alema per le riforme istituzionali , la sinistra riformista – dai miglioristi a una parte degli ex Pci, dai popolari ai socialisti – discuteva apertamente di come arrivarci. La riforma dell’articolo 111 fu allora una scelta consapevole di gradualità: non il punto di arrivo, ma una premessa.

Perchè una cosa dovrebbe essere ben chiara a tutti, la riforma della giustizia non è ne di destra nè di sinistra, ma è una riforma di buon senso, che da troppo tempo i cittadini attendono invano. La polemica politica per una volta su un tema cosi delicata dovrebbe essere messa da parte, e lasciare spazio alle argomentazioni concrete e attinenti alla materia giuridica.

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